
La tenda della doccia era bianca soltanto quando la guardavi di giorno. Di notte prendeva il colore della casa: un grigio stanco, quasi unto, attraversato dalle ombre del corridoio. Irene se n’era accorta la prima sera in cui era rimasta sola nell’appartamento di via San Michele. Aveva acceso la luce del bagno e la stoffa plastificata aveva tremato appena, come se qualcuno dall’altra parte avesse lasciato andare il respiro proprio in quel momento.
Si disse che era la finestra. Era una spiegazione comoda, anche se la finestra del bagno non si apriva da anni e il proprietario le aveva consegnato le chiavi avvertendola con un sorriso: “Qui dentro cigola tutto, ma non cade niente”. Irene aveva annuito. Cercava un affitto basso, non una casa che sapesse stare zitta.
Il problema cominciò tre notti dopo, quando il rumore dell’acqua la svegliò alle due e sedici. Non uno scroscio pieno, non una perdita. Era il suono sottile di una doccia appena aperta, come quando qualcuno prova la temperatura con le dita e poi richiude prima che il vapore salga. Irene restò nel letto, ferma, ascoltando. L’acqua cessò. Nel silenzio che seguì, udì tre gocce cadere nella vasca.
Il rumore che iniziava sempre alla stessa ora
Alle due e sedici il bagno diventava una stanza abitata. Irene lo capì perché il rumore tornò la notte successiva, identico, puntuale come una sveglia nascosta nelle tubature. Prima un soffio nel muro. Poi il filo d’acqua. Poi le tre gocce. Ogni volta lei si alzava, attraversava il corridoio e trovava il pavimento asciutto. Il miscelatore era chiuso. Lo specchio non aveva vapore. La tenda, però, non era mai nella stessa posizione in cui l’aveva lasciata.
All’inizio pensò a un difetto dell’asta. La fece scorrere da un lato all’altro, cercando un punto in pendenza, una vibrazione, una spiegazione abbastanza piccola da stare in una giornata normale. Ma gli anelli restavano fermi quando li spingeva. Era solo di notte che la tenda sembrava spostarsi da sola, piegandosi verso l’interno della vasca come se dovesse nascondere qualcosa.
Irene comprò un tappetino nuovo e lo mise davanti alla vasca. La mattina dopo trovò due impronte scure sulla spugna, non abbastanza definite da sembrare piedi, non abbastanza confuse da sembrare umidità. Erano rivolte verso la porta.
La vasca senza acqua e le impronte sul tappeto
Il giorno seguente chiamò l’idraulico del palazzo. L’uomo smontò il soffione, controllò il tubo flessibile, bussò sulle piastrelle con le nocche. Disse che l’impianto era vecchio, ma non perdeva. Disse anche una cosa che Irene avrebbe preferito non sentire: “Se l’acqua parte, qualcuno deve aprirla”. Lo disse senza malizia, con la semplicità di chi crede ancora che le case rispondano alle mani.
Quella sera Irene legò la tenda con uno spago alla maniglia della finestra bloccata. Poi fotografò il nodo, il miscelatore, il tappetino. Voleva prove per se stessa, non per gli altri. Le persone, quando racconti una casa che fa rumore, iniziano subito a guardarti come se tu fossi la parte fragile della storia.
Alle due e sedici si svegliò prima dell’acqua. Fu questo a spaventarla di più: il corpo aveva imparato l’ora. Rimase seduta sul letto, con il telefono in mano, mentre dal bagno arrivava il solito filo sottile. Quando entrò, lo spago era ancora annodato alla finestra, ma la tenda era tirata a metà. Non strappata. Non caduta. Tirata, con pazienza, fino al punto massimo concesso dal nodo.
Nel corridoio, l’umidità sembrava arrivare sempre prima del rumore.
La voce dietro il telo
La quinta notte Irene decise di non entrare. Restò nel corridoio, a un metro dalla porta aperta, guardando il bagno illuminato dalla lampadina gialla sopra lo specchio. La tenda era chiusa. La vasca, dietro, non si vedeva. L’acqua cominciò piano. Questa volta non usciva dal soffione: sembrava cadere direttamente dentro la stanza, da un’altezza impossibile, come pioggia raccolta in un luogo senza cielo.
Poi qualcuno tossì.
Fu un colpo secco, soffocato, vicinissimo. Irene sentì il sangue ritirarsi dalle mani. Il miscelatore era fermo, lo vedeva. Il soffione non gocciolava. Eppure dietro la tenda c’era il suono di una persona che cercava aria. La plastica si gonfiò verso l’esterno, aderendo per un istante a una forma alta, curva, troppo vicina al bordo della vasca.
Irene disse “Chi c’è?” con una voce che non le somigliava. Il rumore dell’acqua cessò. Dalla vasca arrivarono le tre gocce. Poi, dietro il telo, una voce rispose con un sussurro bagnato: “Non aprire”.
Non era una minaccia. Sembrava un consiglio dato in ritardo.
La storia dell’inquilina precedente
Il mattino dopo Irene scese dalla portinaia. La donna si chiamava Alba, aveva ottant’anni e un mazzo di chiavi che tintinnava come un animale al guinzaglio. Quando Irene nominò il bagno, Alba smise di lucidare il vetro dell’ingresso. Non chiese quale rumore. Non chiese quale ora. Disse soltanto: “Ha ricominciato?”.
La precedente inquilina si chiamava Marta. Viveva sola, lavorava in una lavanderia e tornava sempre tardi. Secondo Alba, non aveva amici nel palazzo e non apriva mai a nessuno dopo cena. Una mattina non si presentò al lavoro. La trovarono in bagno, dentro la vasca asciutta, con la tenda chiusa e il telefono sul pavimento. Il referto parlò di malore. Alba ricordava un dettaglio diverso: la doccia era stata trovata aperta, ma il contatore dell’acqua non segnava consumo.
“Da allora ogni tanto si sente,” disse la portinaia. “Non sempre. Solo con chi dorme leggero.”
Irene avrebbe voluto chiedere perché nessuno l’avesse avvertita. Invece pensò al sussurro. Non aprire. Forse Marta non stava cercando di uscire. Forse stava ancora impedendo a qualcosa di farlo.
La notte in cui la tenda rimase aperta
Quella sera Irene preparò una borsa e decise che avrebbe dormito da sua sorella. Prima di uscire, però, volle controllare il bagno. Era una forma stupida di orgoglio: non voleva lasciare la casa con la sensazione di essere stata cacciata da un pezzo di plastica appeso a sei anelli.
La porta era socchiusa. La luce era spenta. Quando la accese, vide che la tenda era completamente aperta.
La vasca era vuota. Il fondo smaltato, graffiato da anni di detergenti, brillava sotto la lampadina. Non c’erano impronte, non c’era acqua, non c’era nulla che potesse spiegare il freddo improvviso nella stanza. Irene fece un passo avanti e sentì il tappetino cedere sotto il piede. Era zuppo.
Dal corridoio arrivò un suono lieve: gli anelli della tenda che scorrevano sull’asta.
Irene si voltò. La tenda non era più davanti alla vasca. Era dietro di lei, appesa all’ingresso del bagno come un telo funebre, chiusa da muro a muro. Attraverso la plastica opaca vide l’ombra del corridoio, la porta di casa, la borsa lasciata a terra. Poi vide qualcos’altro, una sagoma ferma dall’altra parte, con la testa inclinata come se stesse ascoltando il suo respiro.
La voce tornò, più vicina di prima. “Adesso non aprire tu.”
Alle due e sedici, nell’appartamento di via San Michele, l’acqua cominciò a cadere. Alba, al piano di sotto, alzò gli occhi dal televisore e rimase immobile. Sentì tre gocce, poi un colpo leggero contro le tubature. Il mattino seguente bussò alla porta di Irene, ma nessuno rispose. Dal bagno, dietro il legno chiuso, arrivava un odore pulito di sapone e muffa. La tenda della doccia era tirata. Da fuori, sembrava quasi bianca.
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