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Boe luminose fuori mappa

Una fila di boe luminose appare dove le carte nautiche indicano solo mare aperto. Chi le segue scopre che alcune rotte non portano in superficie.

Pubblicato 21 Giugno 2026 16:08 6 minuti di lettura
Boe luminose fuori mappa

La prima volta che le videro, nessuno pensò a qualcosa di soprannaturale. Erano soltanto cinque punti di luce, allineati sul mare come una frase scritta con parole troppo distanti. Sul radar non c’era traffico. Sulla carta nautica non c’erano secche. Eppure, alle 02:17, il guardacoste Rinaldi segnò nel registro una fila di boe luminose fuori mappa, visibili a occhio nudo oltre la diga, nel punto esatto in cui le carte indicavano solo fondale aperto.

Il mare, quella notte, non era agitato. Era peggio: sembrava fermo. Le onde arrivavano senza convinzione, basse, nere, quasi trattenute da qualcosa più al largo. Rinaldi chiamò il collega Martesana e gli chiese se ricordasse lavori recenti della marina, rilevamenti, cavi, segnali temporanei. Poi vide le luci anche lui. Cinque bagliori giallastri, tutti alla stessa distanza, troppo regolari per essere pescherecci e troppo immobili per essere riflessi.

La riga che non doveva esistere

Alle 02:24 controllarono le coordinate con il vecchio plotter e con il sistema nuovo, quello installato da meno di un anno. Entrambi restituirono la stessa posizione: una linea obliqua a diciassette miglia dalla costa, in una zona priva di segnalamenti ufficiali. La stranezza era la loro precisione. Formavano un corridoio, come se indicassero un passaggio verso qualcosa che non compariva su nessuna mappa.

Rinaldi provò a contattare le imbarcazioni in zona. Nessuna risposta utile. Un traghetto notturno riferì di non vedere nulla. Un peschereccio più a sud rispose con fastidio che il mare era libero. Eppure dalla finestra della capitaneria le boe brillavano ancora, tutte insieme, respirando a intervalli lenti: luce, buio, luce.

Il registro del 1975

La mattina dopo, quando il sole rese ogni cosa più ridicola, le boe erano scomparse. Non c’erano gavitelli, corpi morti, relitti galleggianti. La motovedetta mandata in verifica trovò solo acqua grigia e una corrente più fredda del previsto.Martesana aprì l’archivio cartaceo per cercare vecchi lavori, incidenti, interdizioni temporanee. Trovò invece un registro del 1975, conservato male, con la copertina gonfia di umidità.

In una pagina di giugno, una nota scritta a penna riportava quasi le stesse parole: “cinque luci in linea, fuori carta, direzione sud-ovest”. La data era il 20 giugno. A margine qualcuno aveva aggiunto una frase più piccola, quasi cancellata: “non seguire il canale se appare prima dell’alba”. Non c’era firma leggibile.

Il peschereccio senza scia

Tre giorni dopo, un pescatore in pensione di nome Elia Bellomo chiese di parlare con Rinaldi. Disse che suo padre, nel 1975, era rientrato una mattina con la barca vuota e le reti tagliate. Raccontava di aver seguito una fila di boe comparse dove non dovevano esserci. Le luci, diceva, non illuminavano il mare: illuminavano una strada sotto il mare.

Secondo Bellomo, la barca di suo padre aveva navigato per venti minuti lungo quel corridoio. La bussola girava a scatti. Il motore tossiva senza spegnersi. Intorno non c’era nebbia, ma ogni suono pareva venire da sotto lo scafo: colpi lenti, catene trascinate, voci distorte come ascoltate attraverso una parete. Poi, davanti alla prua, apparve la sagoma di un peschereccio antico, senza luci di bordo e senza scia. Procedeva nella stessa direzione, ma il mare dietro di lui restava liscio.

La boa numero sei

Rinaldi liquidò il racconto come memoria deformata, finché non arrivò la seconda notte. Alle 02:17 le luci tornarono. Questa volta erano sei. La nuova boa brillava più debole, in coda alla fila, come se fosse appena stata accesa. Martesana la fotografò con un teleobiettivo; nell’immagine si vedevano soltanto punti sfocati, ma il file registrò una coordinata impossibile: la sesta luce risultava a meno di duecento metri dalla diga, mentre a occhio nudo era chiaramente al largo.

Fu in quel momento che la radio VHF emise un breve fruscio. Una voce maschile, bassa, pronunciò tre parole: “canale quasi pronto”.Non c’era identificativo. La frase passò una sola volta e lasciò dietro di sé un rumore simile al gorgoglio di un lavandino che si svuota. Martesana impallidì. Rinaldi annotò tutto, ma non chiamò subito i superiori.

Carta nautica bagnata in una sala portuale abbandonata

Le coordinate annotate nella notte sembravano indicare un corridoio dove le mappe non segnavano nulla.

La mappa che cambia quando nessuno guarda

Il giorno seguente, il plotter della capitaneria mostrò per pochi secondi una traccia nuova. Non era una rotta salvata e non apparteneva ad alcuna imbarcazione. Era una linea sottile tra la costa e le boe, comparsa all’accensione del sistema e sparita appena Rinaldi provò a esportarla. Sullo schermo rimase una sigla: C-20/06. Martesana scherzò male, dicendo che sembrava il nome di un corridoio. Nessuno rise.

Rinaldi portò a casa una copia stampata della carta, La lasciò sul tavolo della cucina. Al mattino trovò il foglio ondulato, bagnato solo lungo la linea delle boe.Sua moglie parlò di una finestra rimasta aperta. Ma non aveva piovuto. Sulla carta, accanto alla sesta boa, era comparso un piccolo cerchio a matita. Rinaldi non ricordava di averlo disegnato. Dentro il cerchio c’era scritto “arrivo”.

Quello che le luci attirano

La terza apparizione avvenne senza testimoni ufficiali: Le telecamere della capitaneria si spensero dalle 02:16 alle 02:19, tutte insieme. Rinaldi e Martesana erano in banchina, usciti per controllare un allarme su un quadro elettrico. Dal molo videro il mare accendersi. Sei boe. Poi sette. La settima luce si formò lentamente, come una brace sotto la superficie, e quando emerse non galleggiava: stava ferma appena sopra l’acqua.

Dal largo arrivò il suono di una sirena antica. Era il richiamo profondo di una nave invisibile. Le finestre delle case sul porto vibrarono. Un cane iniziò ad abbaiare e poi tacque di colpo. Rinaldi vide, tra una boa e l’altra, qualcosa muoversi sotto il livello del mare: una massa lunga, rettangolare, punteggiata da oblò spenti. Sembrava troppo grande e troppo vecchio per navigare: veniva trascinata lungo quel corridoio di luce.

Perché nessuno deve seguirle

All’alba le boe sparirono di nuovo. Sulla spiaggia furono trovati sette pezzi di corda cerata, identici, tagliati di netto. Bellomo, chiamato a riconoscerli, disse che corde così non si usavano più da decenni. Poi aggiunse che suo padre era morto convinto di aver visto, alla fine del canale, un porto capovolto sotto l’acqua: moli rivolti verso il basso, gru arrugginite, lampioni accesi nel buio verde.

Rinaldi non consegnò mai il rapporto completo.Ne scrisse una versione pulita, parlando di riflessi e segnalamenti abusivi. Ma tenne nel cassetto la fotografia sfocata delle sette luci e la carta bagnata con la parola “arrivo”. Ogni anno, intorno al solstizio, controlla ancora il mare alle 02:17. Dice di farlo per prudenza. Martesana, che da allora ha chiesto il trasferimento, sostiene invece che le boe non indicano una strada per noi.

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VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.