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Foto 07-01: uomo sullo sfondo

Una fotografia digitale scattata a Gettysburg aggiunge un uomo sullo sfondo a ogni salvataggio, finché anche il fotografo entra nell’ultima fila.

Pubblicato 2 Luglio 2026 13:07 6 minuti di lettura
Foto 07-01: uomo sullo sfondo

La prima cosa strana della foto 07-01 non era l’uomo sullo sfondo. Era il fatto che Matteo Rinaldi l’avesse già cancellata tre volte. Ogni volta la importava dalla scheda, la guardava sul monitor dell’albergo, decideva che era venuta mossa e la buttava. Ogni volta, dopo pochi secondi, il file ricompariva nella cartella con lo stesso nome: 07-01_GTY.jpg, come se la macchina fotografica non accettasse quel vuoto nella sequenza.

Matteo era arrivato a Gettysburg per un servizio innocuo: campi all’alba, recinti di legno, monumenti bassi, luce calda sui prati dove la battaglia era cominciata il 1 luglio 1863. Aveva letto abbastanza per non usare parole facili. Sapeva che tre giorni di confusione, feriti e ritirate avevano lasciato nel paesaggio più memoria che mistero. Proprio per questo aveva evitato tour notturni, racconti da souvenir e qualunque fotografia che sembrasse cercare un fantasma.

Il file che non voleva sparire

La foto 07-01 mostrava un sentiero vuoto dietro una staccionata, preso alle 6:14 del mattino. In basso a sinistra c’era l’ombra del treppiede. Al centro, niente. Sul fondo, appena oltre una linea di alberi, si vedeva una figura scura. Matteo l’aveva notata solo al terzo tentativo di cancellazione. Non era nitida, e proprio per questo gli diede fastidio: abbastanza umana da attirare lo sguardo, abbastanza confusa da poter essere un palo, un turista, una macchia prodotta dal sensore.

Fece quello che fanno tutti quando hanno paura di ammettere una paura: ingrandì l’immagine finché ogni dettaglio diventò un quadrato. La figura portava qualcosa sulla spalla. Non un fucile, pensò, perché sarebbe stato ridicolo. Non una borsa, perché nessun turista avrebbe camminato in quel punto prima dell’apertura dei percorsi. Salvò una copia corretta, abbassò il contrasto, alzò le ombre. Il volto non apparve. Apparve invece una seconda figura, più indietro, con il capo piegato come se stesse aspettando il proprio turno per entrare nella foto.

Ogni salvataggio aggiungeva qualcuno

Matteo chiuse il programma. Lo riaprì. La copia corretta era diventata 07-01_GTY_2.jpg. Sullo sfondo ora c’erano tre uomini. Nessuno guardava l’obiettivo. Stavano allineati tra gli alberi, rivolti verso il campo, con la stessa immobilità dei passanti che si fermano davanti a un funerale senza conoscere il morto. Matteo rise da solo, un suono secco, e controllò l’orario del file. 6:14. Sempre quello. Dimensioni identiche. Dati identici. Solo la fotografia cambiava.

Provò a esportarla in bianco e nero. Quattro uomini. La compresse per inviarla a un collega. Cinque. La rinominò con una bestemmia, poi si vergognò senza sapere di chi. Sei. Ogni salvataggio aggiungeva una presenza sullo sfondo, mai nello stesso punto, mai abbastanza vicina da essere riconoscibile. Eppure qualcosa si ripeteva: le giacche corte, i cappelli bassi, il modo in cui le mani restavano vicino al corpo. Sembravano persone abituate a essere contate male.

Scheda di memoria e fotografia scura su una scrivaniaLa copia sul tavolo cambiava ogni volta che Matteo provava a renderla più leggibile.

Alle 7:03 chiamò il collega, ma non mandò il file. Gli chiese soltanto se fosse possibile che una scheda danneggiata riscrivesse parti di un’immagine. Dall’altra parte arrivò una risata, poi una spiegazione tecnica che Matteo non ascoltò davvero. Mentre il collega parlava, sullo schermo comparve un nuovo avviso: salvataggio automatico completato. Non aveva toccato nulla. Nella foto gli uomini erano undici, distribuiti lungo il margine del bosco come una fila chiamata per cognome.

Il margine del campo

Matteo tornò sul posto prima di pranzo. Il sole aveva tolto al campo ogni minaccia. C’erano famiglie con bottiglie d’acqua, pensionati con cappellini chiari, una guida che spiegava la confusione del primo giorno di battaglia e indicava la città alle spalle. Matteo cercò il punto esatto della foto. Lo trovò grazie all’ombra del recinto e a una pietra piatta vicino al sentiero. Scattò di nuovo, senza treppiede. Sul display il bosco era vuoto.

Stava per sentirsi stupido quando vide la scheda lampeggiare. Il contatore passò da 128 a 129, poi a 130, benché avesse scattato una sola volta. Aprì l’ultima immagine. Gli uomini erano nel campo, non più tra gli alberi. Erano sfocati, ma più vicini. Alcuni avevano la testa fasciata. Uno teneva un braccio piegato contro il petto. Nessuno aveva sangue visibile; era peggio così, perché sembravano non portare ferite ma attese. La guida continuava a parlare, e nessuno dei turisti si voltava.

Matteo abbassò la macchina. Davanti a lui c’era solo erba alta e vento. Alzò di nuovo il display. Gli uomini erano lì. Tra loro, in fondo alla fila, compariva una donna con un vestito scuro, il volto tagliato dalla luce. Non apparteneva all’immagine che Matteo si era fatto della guerra, e forse per questo gli fece più paura. Gettysburg, ricordò, non era stata solo soldati in posa dentro un libro. Era stata una città attraversata da rumore, fuga, feriti, case aperte, nomi pronunciati troppo tardi.

L’ultima fila

In albergo, Matteo decise di non cancellare più niente. Copiò il file originale su un disco esterno, poi su un secondo, poi sul cloud. Voleva preservare la prova, o forse distribuirne il peso. Ogni copia aggiunse altre figure. A mezzanotte lo sfondo era pieno. Non una folla compatta, ma una processione ordinata che seguiva la profondità del campo: uomini, ragazzi, civili, cavalli senza cavaliere, sagome troppo basse per essere adulti. Tutti con il volto rivolto appena di lato, come se ascoltassero qualcuno fuori dall’inquadratura.

Matteo stampò la fotografia perché la carta gli sembrava più onesta dello schermo. La stampante lavorò lentamente. Quando il foglio uscì, le figure non erano più sullo sfondo. Occupavano quasi tutta l’immagine, lasciando vuoto solo il primo piano, vicino all’ombra del treppiede. In quello spazio c’era un uomo di spalle con una macchina fotografica al collo. Matteo riconobbe la giacca, la postura, il modo in cui teneva una spalla più alta dell’altra. La foto era stata scattata alle 6:14, ma lui non si era mai messo davanti all’obiettivo.

La mattina seguente il personale dell’albergo trovò la stanza in ordine. Sul tavolo c’erano la macchina fotografica, la scheda e una stampa ancora tiepida, anche se nessuno aveva acceso la stampante. Il letto non era stato usato. La finestra era chiusa dall’interno. Nel cestino non c’era nulla, perché la foto 07-01 non restava mai cancellata abbastanza a lungo da lasciare traccia.

Oggi l’immagine circola in una cartella senza autore, condivisa tra appassionati che discutono di compressione, doppie esposizioni e suggestione dei campi di battaglia. Alcuni giurano che, aprendola e salvandola di nuovo, non succede niente. Altri dicono che lo sfondo cambia solo se la si guarda prima dell’alba. La versione più recente mostra una fila lunga sul margine di Gettysburg e, quasi nascosto dietro l’ultimo uomo, un fotografo voltato a metà. Non guarda chi apre il file. Sembra aspettare che qualcuno prema Salva.

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VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.