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La timeline dell’Impero finiva con il mio indirizzo

Una cronologia della caduta dell’Impero romano d’Occidente aggiunge una riga impossibile: coordinate, citofono e una data di morte ancora da compiere.

Pubblicato 4 Settembre 2026 13:05 6 minuti di lettura
La timeline dell’Impero finiva con il mio indirizzo

La prima riga comparve alle 02:16, mentre cercavo una data per una nota a piè di pagina: 4 settembre 476, deposizione di Romolo Augustolo. La conoscevo già: la fine dell’Impero romano d’Occidente ridotta a una porta chiusa in una notte sola. Avevo aperto una cronologia online per controllare l’ordine degli eventi, con una tazza di caffè freddo accanto al portatile e la finestra della cucina appannata dalla pioggia. Poi vidi, sotto Odoacre, una voce che non poteva stare lì: 4 settembre 2026, citofono Bianchi, interno 7, via San Teodoro 18, ultimo indirizzo di Luca R.

Il mio nome non era scritto per intero, ma bastava l’iniziale. Via San Teodoro 18 era il mio palazzo: facciata color fegato, cassette della posta ammaccate e ascensore che odorava di ferro bagnato. Il citofono Bianchi era quello accanto al mio, non il mio: l’avevo notato da quando la signora del secondo piano era morta e nessuno aveva tolto l’etichetta. La voce rimase sullo schermo sette secondi. Quando aggiornai la pagina, sparì. Rimase soltanto la storia tranquilla dei manuali: imperatori bambini, generali germanici, insegne inviate a Costantinopoli. Il mio indirizzo era tornato impossibile.

La modifica che nessuno aveva fatto

Controllai la cronologia della pagina. Non risultava alcuna revisione recente. L’ultima modifica era di due mesi prima, una correzione innocua su Nepote. Aprii la cache, l’archivio, perfino una traduzione automatica in inglese: niente. Eppure avevo una fotografia scattata con il telefono, storta, sfocata, sufficiente a mostrare la frase. La ingrandii finché i pixel divennero blocchi grigi. Sotto il mio indirizzo c’era una coordinata: 41.8869, 12.4863. Non puntava al Colosseo, né ai Fori. Puntava al mio portone.

Alle 02:41 il citofono suonò. Un trillo breve, unico, senza eco. Rimasi immobile sulla sedia, con il telefono ancora in mano. Nessuno suona a quell’ora per sbaglio, non a un interno che non è il tuo e non in un palazzo dove ogni rumore sembra consultare prima il regolamento condominiale. Guardai dallo spioncino del pianerottolo: la luce era spenta, ma dalla tromba delle scale arrivava un odore di carta umida, lo stesso delle biblioteche quando chiudono dopo la pioggia. Sul tappetino dei Bianchi c’era un pezzetto di marmo bianco, grande come un dente.

Il marmo sotto lo zerbino

Lo raccolsi con un fazzoletto. Aveva una superficie liscia da un lato e ruvida dall’altro, come se fosse stato staccato da una statua. Non era freddo; al contrario, conservava un calore lieve, corporeo. Sopra si vedeva una lettera incisa, una R tagliata a metà. Tornai in casa e la misi sul tavolo. Il portatile, che avevo lasciato sulla cronologia, mostrava di nuovo una riga estranea. Stavolta non parlava di me. Diceva: 476, il ragazzo consegna il nome. 2026, il ragazzo riceve il marmo. Mancano tre attestazioni.

Fu in quel momento che iniziai a capire la trappola. Non era una pagina modificata; era una pagina che cercava testimoni. La storia, ripetuta abbastanza, impara i percorsi con cui la consultiamo e sceglie case illuminate, notti insonni, persone abbastanza sole da non poter dimostrare nulla. Romolo Augustolo non era morto il 4 settembre 476, questo lo sapevo. Era stato deposto, risparmiato, mandato altrove. La cronologia, però, non cercava precisione. Cercava una fine simbolica da incollare a un corpo disponibile.

Pianerottolo notturno con citofono in ottone e una piccola scheggia di marmo sul pavimentoLa seconda voce non apparve sullo schermo: arrivò al pianerottolo, sotto forma di una scheggia calda e incisa.

Tre attestazioni

La prima attestazione arrivò dal registro condominiale. Cercavo il numero dell’amministratore e trovai, tra le comunicazioni sull’acqua e i turni delle pulizie, una fotocopia ingiallita che nessuno ricordava di aver messo lì. Era intitolata Deposizione dell’interno 7. Sotto c’era scritto che l’occupante avrebbe consegnato “chiavi, insegne domestiche e ultima volontà” prima dell’alba. La seconda attestazione fu il mio nome sul citofono: non Luca R., ma Romulus, stampato in una striscia di carta nuova, infilata dietro la plastica graffiata. La terza arrivò alle 03:33, quando il telefono mi mostrò una notifica senza mittente: Odoacre è nell’androne.

Non avevo il coraggio di guardare dalla finestra, ma lo feci. Sotto, nel cono giallo del lampione, c’era un uomo con un impermeabile scuro. Non portava elmo, non portava spada, non aveva nulla di teatrale. Sembrava un corriere senza pacco, con le mani nude lungo i fianchi. Alzò la testa verso il quarto piano e vidi il suo volto solo per un istante: non era antico, non era moderno, era il volto di tutte le persone incaricate di chiudere qualcosa senza provarne piacere. Quando il portone scattò, capii che qualcuno gli aveva aperto da dentro.

Le insegne domestiche

Mi dissi che bastava uscire. Presi portafoglio, chiavi e telefono, come se un oggetto scelto male potesse decidere il mio destino. Ma la porta dell’appartamento non dava più sul pianerottolo. Si aprì su una stanza bianca, stretta, con pareti di calce e pavimento di mosaico spezzato. In fondo c’era una scrivania identica alla mia, solo più vecchia, e sopra la scrivania tre oggetti: il marmo con la R, la targhetta del citofono Bianchi e un fascio di chiavi annerite. Dal soffitto cadeva polvere fine, come cenere di pergamena. Sul muro qualcuno aveva scritto, in latino scolastico e storto: un impero finisce quando accetta l’indirizzo di un altro.

Sentii bussare dietro di me, tre colpi lenti. Aprii perché non c’era più nessun luogo in cui ritirarmi. L’uomo dell’androne stava sulla soglia. Da vicino sembrava stanco, con pioggia sulle ciglia e scarpe sporche di fango urbano. Mi tese una pagina stampata. Era la cronologia, ma tutte le date erano scomparse tranne due: 476 e 2026. Accanto alla prima c’era scritto deposizione. Accanto alla seconda, recapito. Provai a dire che non ero un imperatore, che non avevo insegne, che il mio appartamento era in affitto. Lui rispose: «Nessuno lo è, alla fine. Per questo funziona.»

Il mio ultimo indirizzo

Non mi uccise. Sarebbe stato più facile da raccontare e forse più misericordioso. Prese le chiavi dalla scrivania e le infilò nella tasca dell’impermeabile. La stanza bianca tremò. Per un secondo vidi Roma non come rovina, ma come una rete di stanze abbandonate: camere da letto con le lenzuola ancora calde, cucine dove il latte bolliva senza mani, ingressi pieni di scarpe, archivi in cui ogni nome aspettava di essere collegato a una caduta più grande. L’uomo mise la targhetta Romulus nel palmo della mia mano. «Adesso puoi restare», disse. Poi richiuse la porta dall’esterno.

Da allora vivo in una versione del mio appartamento che riceve soltanto visite sbagliate. Ogni notte qualcuno cerca il citofono Bianchi e trova il mio nome. Ogni mattina una cronologia diversa aggiunge una riga, resta visibile per pochi secondi e poi si cancella. Ho visto indirizzi di Marsiglia, Ostia, Spalato, Torino; ho visto date future e date che non esistono più. Non so se la fine dell’Impero abbia davvero bisogno di corpi nuovi per continuare a sembrare una data precisa, o se siamo noi a offrirglieli ogni volta che trasformiamo la storia in una frase semplice. So solo che oggi è 4 settembre e il portone ha appena suonato da solo.

Se trovate questa pagina, non correggetela. Non aprite la cronologia delle modifiche, non cercate la cache, non fotografate la riga prima che sparisca. Soprattutto, non controllate le coordinate. Una caduta ricordata per secoli diventa un’abitudine, e le abitudini cercano case dove ripetersi. Io avevo un indirizzo e una notte di pioggia. Bastava questo. La timeline dell’Impero non finiva nel 476, né in un manuale, né tra le rovine illuminate per i turisti. Finiva sul mio citofono, con una targhetta nuova e qualcuno, nell’androne, abbastanza paziente da aspettare che rispondessi.

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Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.