Horror

Il bagno numero zero

Uno stabilimento balneare trova una cabina non censita tra il 12 e il 13: il bagno numero zero conserva una sparizione mai chiusa.

Pubblicato 21 Giugno 2026 10:30 6 minuti di lettura
Il bagno numero zero

La cabina comparve dopo la mareggiata, quando lo stabilimento era ancora chiuso e la spiaggia aveva l’odore cattivo delle alghe rimaste troppo a lungo al sole. I bagnini arrivarono presto per raddrizzare gli ombrelloni, svuotare i cestini pieni di sabbia e contare i danni prima dell’apertura. Fu Marco, il più giovane, a notarla per primo: una porta di legno grigio, incastrata tra il bagno 12 e il bagno 13, dove il giorno prima c’era solo una parete continua.

Non aveva numero. O meglio, aveva una targhetta smaltata, ma sopra non c’era scritto niente. Il bianco era pulito, senza graffi e senza fori, come se qualcuno avesse cancellato anche l’idea di una cifra. Le altre cabine portavano i segni della stagione: sale, vernice gonfia, maniglie ruvide. Quella sembrava vecchissima e nuova nello stesso tempo, arrivata dal mare con una pazienza che nessuno voleva spiegare.

La cabina che non risultava nell’inventario

Il proprietario dello stabilimento, Sergio Venturi, reagì come reagiscono gli uomini abituati a trasformare ogni problema in una fattura. Disse che qualcuno aveva montato un pannello abusivo, forse per scherzo, forse per rubare spazio. Chiamò l’impresa che aveva restaurato le cabine in aprile. Loro risposero che la linea era completa, dodici a sinistra del corridoio e dodici a destra, nessuna cabina tra il 12 e il 13.

Sergio prese il registro antincendio, poi le planimetrie, poi le fotografie dell’inaugurazione. In ogni immagine, tra il 12 e il 13, c’era la parete liscia. Nel corridoio reale, invece, la porta senza numero occupava mezzo metro buono, con due cardini arrugginiti e una fessura inferiore da cui usciva un filo di sabbia bagnata. La cosa peggiore era che nessuno riusciva a ricordare come fosse quel punto prima di guardarlo.

Il legno portava odore di fondale

Quando provarono ad aprirla, la maniglia girò senza resistenza. Dentro non c’era molto: una panca stretta, un gancio storto, una grata sul pavimento. Le pareti erano rigate da graffi verticali, ma non abbastanza profondi da sembrare vandalismo. Sembravano piuttosto segni lasciati da unghie pazienti, da mani che avevano cercato il modo di salire mentre l’acqua cresceva.

La cabina puzzava di mare chiuso. Non di spiaggia, non di asciugamani umidi: di fondale smosso, conchiglie morte e ferro. Marco disse che gli ricordava il retro delle barche quando vengono tirate in secco dopo anni. Sergio gli intimò di non fare teatro e infilò la testa dentro per controllare il soffitto. In quel momento, dal gancio cadde un elastico per capelli nero, ancora bagnato.

La donna che cercava il bagno zero

Alle dieci del mattino lo stabilimento aprì. La cabina venne chiusa con un lucchetto provvisorio e Sergio decise che se ne sarebbe occupato dopo il pranzo. Nessun cliente parve accorgersene per quasi un’ora, finché una donna anziana arrivò al banco con un cappello di paglia tenuto basso sugli occhi. Chiese una chiave, ma non indicò un numero. Disse soltanto: “Quella prima della tredici”.

Sergio si irrigidì. Le spiegò che quella cabina non era disponibile, forse neppure autorizzata. La donna sorrise con una tristezza minuta e rispose che non era mai stata disponibile. Poi domandò se avessero trovato il pettine. Non un pettine qualunque: uno di tartaruga, con tre denti spezzati. Marco, che ascoltava poco distante, sentì il freddo corrergli lungo le braccia nonostante il caldo già pesante.

La storia della bambina del solstizio

La voce girò più veloce del vento. Qualcuno ricordava una bambina sparita negli anni Settanta durante una giornata di giugno. Qualcuno parlava di uno stabilimento demolito prima di quello attuale. Qualcuno giurava che la famiglia avesse cercato a lungo una cabina non registrata, comparsa in una foto scattata poche ore prima della scomparsa. Come sempre, ogni versione contraddiceva l’altra e tutte sembravano più vere dopo essere state sussurrate.

Marco trovò un riferimento nell’archivio del Comune, non perché fosse bravo a cercare, ma perché il fascicolo sembrava aspettarlo. Il 20 giugno 1975, vigilia del solstizio, una bambina di otto anni era stata vista entrare in una cabina dello stabilimento Aurora, poi mai più uscita. Il padre sosteneva che fosse il bagno numero zero. I giornali dell’epoca lo trattarono come un uomo distrutto dalla colpa.

Il mare bussava da sotto

Nel pomeriggio la grata sul pavimento della cabina iniziò a gorgogliare. Lo stabilimento non aveva tubature in quel punto, eppure da sotto saliva acqua salata, lenta, densa di sabbia fine. Sergio chiuse il corridoio con una catena, ma i clienti si fermavano comunque a guardare. La targhetta bianca sulla porta, fino ad allora vuota, cominciò a mostrare un alone grigio. Non formava un numero. Formava un cerchio.

Quando Marco si avvicinò con una torcia, sentì una voce arrivare dalla grata. Non chiamava aiuto. Contava. Uno, due, tre, come fanno i bambini quando giocano a nascondino e vogliono essere trovati solo da chi conosce le regole. Al dieci, il lucchetto si aprì da solo e cadde sulla passerella con un suono secco, troppo piccolo per il silenzio che produsse.

La cabina era più grande all’interno

Sergio entrò per primo, forse per orgoglio, forse perché tutti lo guardavano. Rimase dentro meno di cinque secondi. Quando uscì, aveva i capelli bagnati e un taglio sottile sul palmo. Disse che non c’era niente, ma non riuscì a chiudere la porta. Marco vide alle sue spalle qualcosa che non poteva stare in una cabina larga meno di un metro: un tratto di spiaggia al buio, con file di cabine sfondate e un mare nero che arrivava fino alle soglie.

La donna anziana ricomparve accanto alla catena. Non sembrava sorpresa. Teneva in mano un pettine di tartaruga con tre denti spezzati, lo stesso che aveva nominato al mattino. Lo posò sulla panca interna senza varcare la soglia e sussurrò un nome che Marco non capì. Dal fondo impossibile della cabina rispose una risata breve, stanca, quasi educata.

Perché nessuno prenota il tredici

La cabina venne murata quella notte, ma al mattino la parete era di nuovo liscia e il bagno 13 risultava spostato di mezzo metro. Nessuno trovò più la porta senza numero. Sergio raccontò all’assicurazione una storia di infiltrazioni, fece sostituire alcune tavole e proibì a tutti di parlare con i clienti. Marco lasciò il lavoro una settimana dopo, senza ritirare l’ultima paga.

Oggi lo stabilimento ha cambiato nome e gestione. Sulle brochure ci sono cabine ordinate, sabbia pulita, famiglie sorridenti. Il numero 13 esiste, ma viene assegnato raramente. Chi lo usa racconta a volte di sentire acqua sotto il pavimento anche quando la marea è bassa, oppure passi piccoli nel corridoio quando tutti sono in spiaggia. Se chiedi del bagno zero, i bagnini ridono. Poi controllano il registro, solo per essere certi che tra il 12 e il 13 non sia ricomparso spazio.

Leggi anche

VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.