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Il guardiano del faro spento

Il guardiano del faro spento iniziò come iniziano molte cose che poi nessuno riesce più a spiegare: con un dettaglio sbagliato dentro una giornata normale. La persona che se ne accorse non era suggestionabile, non cercava fantasmi...

Pubblicato 14 Giugno 2026 10:00 6 minuti di lettura
Il guardiano del faro spento

Il faro di Punta Nera era stato spento nel 1998, quando la costa aveva cambiato rotte, tecnologia e priorità. Da allora restava in piedi sul promontorio come una vertebra di cemento contro il mare, troppo lontano dal paese per diventare attrazione turistica e troppo solido per cadere davvero. Nei giorni limpidi sembrava solo una rovina. Nelle notti di vento, invece, pareva ancora in servizio.

Lo notarono per primi i pescatori che rientravano tardi: una luce breve, bianca, quasi trattenuta, nel punto in cui la lanterna non avrebbe più dovuto funzionare. Non era un fascio regolare, non girava come una segnalazione nautica. Appariva per pochi secondi e poi spariva, come se qualcuno dall'alto stesse controllando se il mare avesse restituito qualcosa.

Il Comune mandò due tecnici a verificare. Trovarono la porta principale chiusa con un lucchetto nuovo, benché nessuno avesse autorizzato lavori. Dentro, la scala a chiocciola era asciutta nonostante la pioggia entrasse da una finestra rotta al primo piano. Sulle pareti umide c'erano righe di sale, lunghe e verticali, come se l'acqua fosse colata dall'alto verso il basso per anni.

La casa verticale del guardiano

Quando il faro era attivo, il guardiano si chiamava Ernesto Valli. Viveva nella piccola casa addossata alla torre con una moglie che il paese vedeva raramente e un cane nero che non abbaiava mai. Chi lo ricordava parlava di un uomo ordinato, educato, quasi invisibile: salutava, comprava pane e sigarette, prendeva il sentiero del promontorio prima del tramonto.

La sua scomparsa non aveva avuto niente di spettacolare. Un mattino del novembre 1998, durante gli ultimi giorni di servizio, la casa fu trovata vuota. La giacca era appesa alla sedia, gli stivali allineati vicino alla porta, il registro della lanterna aperto sulla scrivania. Nell'ultima riga, scritta con una calligrafia più stretta del solito, c'era soltanto: Non accendere quando chiama da sotto.

La frase venne archiviata come traccia di esaurimento nervoso. Il mare non restituì il corpo e la moglie lasciò il paese prima della fine dell'inverno. Quando la lanterna fu dismessa ufficialmente, nessuno si oppose. Anzi, molti dissero che era meglio così: un faro spento non può invitare nessuno a tornare.

La luce che non doveva girare

Il problema ricominciò ventotto anni dopo, in una domenica di mare grosso. Tre barche segnalarono la stessa cosa: una luce in cima al faro, intermittente, troppo bassa per essere un aereo e troppo precisa per essere un riflesso. Una delle barche cambiò rotta seguendola per istinto, convinta di vedere un avviso di pericolo.

Il comandante raccontò che la luce non indicava la costa. Indicava il largo. Ogni lampo sembrava spostarsi di pochi gradi verso un tratto di mare dove le carte segnavano fondali profondi e correnti irregolari. Quando si accorse dell'errore, virò subito. Il motore tossì tre volte, poi ripartì. In cabina, la radio aveva registrato una voce che ripeteva il nome della barca con tono paziente.

La registrazione non era chiara. Si sentiva il vento, il fruscio della pioggia sul parabrezza, un colpo metallico come una catena tirata contro lo scafo. Poi una voce maschile, molto vicina al microfono: non urlava, non chiedeva aiuto, non sembrava nemmeno viva. Diceva solo: più vicino, ancora più vicino.

Il registro trovato asciutto

Il secondo sopralluogo fu più accurato. I tecnici entrarono con torce, caschi e una telecamera. Al piano della lanterna trovarono il vetro rotto in tre punti, il meccanismo arrugginito, i cavi tagliati da anni. Nessuna alimentazione. Nessuna batteria. Nessun modo ragionevole perché quella luce potesse accendersi.

Sulla piattaforma, però, c'era il registro di Ernesto Valli. Non una copia: quello originale, con la copertina cerata e gli angoli consumati. Era asciutto. Le pagine precedenti riportavano il meteo, le manutenzioni, le coordinate delle navi avvistate. L'ultima pagina era diversa: non descriveva il mare, descriveva persone.

C'erano nomi di pescatori del paese, alcuni vivi e altri morti da tempo. Accanto a ogni nome una data, quasi sempre una notte di tempesta. Accanto ad alcune date una parola sola: risposto. Nessuno capì subito a cosa si riferisse. Poi un tecnico trovò in fondo alla pagina una riga scritta più leggera, come incisa con una matita quasi finita: Se la luce li prende, devo riportarli indietro. Se non li prende, scendono.

La scala verso il basso

Il faro non aveva sotterranei censiti. La base poggiava direttamente sulla roccia del promontorio, e sotto c'erano grotte marine difficili da raggiungere anche con la bassa marea. Eppure, dietro un pannello di legno gonfio d'umidità, i tecnici trovarono una botola con un anello di ferro. Non era vecchia quanto il faro. Sembrava più recente, ma coperta di sale come se fosse rimasta sotto il mare.

Non la aprirono. Questa è la parte che tutti ripetono con vergogna, perché due adulti addestrati a fare ispezioni in edifici pericolanti decisero nello stesso momento di non toccare un pezzo di ferro. Non si consultarono. Non discussero. Si guardarono e capirono che sotto quella botola non c'era un vano tecnico.

La telecamera continuò a registrare mentre scendevano. Nel filmato, per sette secondi, si vede la scala della lanterna alle loro spalle. In cima, dove non c'era nessuno, appare una figura ferma accanto al vetro rotto. Non ha volto distinguibile. Indossa qualcosa che potrebbe essere un impermeabile pesante. La mano destra è sollevata, come se stesse proteggendo una fiamma dal vento.

Il segnale mandato al paese

Dopo quel sopralluogo, il Comune murò l'ingresso e mise cartelli di divieto lungo il sentiero. Servì a poco. La notte successiva, la luce comparve non in cima al faro, ma nelle finestre delle case più alte del paese: un lampo bianco riflesso sui vetri, sempre rivolto verso il promontorio. Chi era sveglio raccontò di aver sentito un odore di alghe marce nelle stanze chiuse.

Un vecchio pescatore disse che Ernesto non era mai scomparso. Secondo lui era rimasto a fare il suo mestiere, solo con una costa diversa da sorvegliare. La lanterna non salvava più le barche dai sassi: tratteneva qualcosa che dal fondo cercava il modo di farsi seguire. Per questo non bisognava accenderla quando chiamava da sotto.

Da allora, nelle notti di mare cattivo, nessuno guarda direttamente il faro. È una regola non scritta, rispettata anche dai ragazzi che fingono di non credere a niente. Se una luce compare sul promontorio, si chiudono le imposte e si abbassa il volume della televisione. Non per paura del buio, ma per non sentire se dalla radio, dal telefono o dal citofono una voce comincia a chiamare per nome.

Quello che resta acceso

Il faro di Punta Nera è spento nei registri nautici, nelle mappe aggiornate e nei documenti del Comune. Di giorno lo si vede immobile, graffiato dal vento, pieno di gabbiani e di ruggine. Sembra una rovina come tante, una cosa che ha smesso di servire e non ha ancora trovato il coraggio di cadere.

Di notte, però, il mare non legge i registri. Il mare conserva rotte, corpi, voci e promesse fatte troppo tardi. Forse Ernesto Valli è morto quella sera del 1998. Forse è sceso davvero sotto il faro. O forse è ancora in cima alla lanterna, con la mano sulla leva, a decidere chi deve essere guidato verso casa e chi invece deve essere lasciato alla luce che sale dal fondo.

Il paese dice che, se la vedete una volta, potete ancora voltare le spalle. Se la vedete due volte, dovete spegnere ogni lampada della casa. Se la vedete tre volte, non rispondete a nessuna voce che arriva dal mare, anche se sembra conoscere il vostro nome. Soprattutto se sembra conoscere il vostro nome.

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VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.