Recensione Horror

Alien: Romulus, recensione dell’orrore industriale che torna a respirare

Recensione di Alien: Romulus: Fede Álvarez riporta la saga in un orrore industriale fisico, claustrofobico e consapevole della propria eredità.

Pubblicato 1 Luglio 2026 10:17 7 minuti di lettura
Alien: Romulus, recensione dell’orrore industriale che torna a respirare
RegiaFede Álvarez
Anno2024
Durata119 minuti
MusicaBenjamin Wallfisch

In Alien: Romulus l’orrore ricomincia da un rumore molto semplice: il respiro di una macchina che non dovrebbe più avere nulla da custodire. La stazione orbitale abbandonata sembra un relitto industriale prima ancora che un luogo fantascientifico, con corridoi metallici, luci intermittenti, porte che reagiscono tardi e superfici consumate da un lavoro umano ormai invisibile. Fede Álvarez capisce subito che il mostro della saga non vive soltanto nei condotti o nelle uova, ma nell’idea di un ambiente costruito per sfruttare corpi giovani, poveri, sostituibili. Quando l’aria torna a muoversi, non è liberazione: è il segnale che qualcosa di vecchio ha ripreso funzione.

Uscito nel 2024, diretto da Fede Álvarez e scritto con Rodo Sayagues, Alien: Romulus dura 119 minuti e porta la musica di Benjamin Wallfisch dentro un universo già carico di memoria sonora. Il film si colloca tra Alien del 1979 e Aliens del 1986, scegliendo una posizione

Regia e contesto: tornare al buio senza fingere innocenza

Il merito principale di Álvarez è non trattare il ritorno alle origini come un semplice esercizio museale. Alien: Romulus conosce benissimo l’iconografia della saga: il facehugger, il corpo come incubatrice, il laboratorio, la compagnia, l’architettura industriale, il terrore che si avvicina attraverso spazi troppo stretti. Ma il film non funziona solo perché riconosciamo questi elementi. Funziona quando li rimette in pressione, quando li trasforma in ostacoli fisici per personaggi che non possiedono strumenti mitologici, ma solo paura, debiti, affetto e una disperata voglia di andarsene.

La scelta di partire da una colonia mineraria è importante. Prima ancora dell’orrore biologico, c’è l’orrore sociale: una comunità in cui il contratto di lavoro diventa condanna, la luce naturale è un privilegio lontano e la fuga richiede un gesto illegale. Rain, interpretata da Cailee Spaeny, non cerca avventura. Cerca un posto dove il tempo non sia già stato confiscato. Questa spinta concreta rende più credibile l’ingresso nell’incubo. Non siamo davanti a esploratori curiosi che aprono la porta sbagliata, ma a ragazzi costretti a rischiare perché l’alternativa è restare prigionieri di un sistema altrettanto mostruoso.

Una stazione che sembra respirare ruggine

La messa in scena è la parte più solida del film. La stazione Romulus/Remus non ha la pulizia astratta di tanta fantascienza contemporanea: è un organismo industriale, pieno di pance tecniche, passerelle, vetri sporchi, camere fredde e zone in cui la luce sembra arrivare sempre da una fonte sbagliata. Álvarez lavora bene sui volumi, alternando spazi che promettono controllo a passaggi in cui il corpo dello spettatore immagina subito di non potersi girare. È un cinema fisico, con un gusto evidente per gli effetti pratici, per la materia bagnata, per il metallo che non protegge ma amplifica ogni colpo.

Il film eredita anche una lezione semplice: nell’universo di Alien, il design non è decorazione, è destino. Ogni oggetto sembra pensato per tradire chi lo usa. Una porta non si apre abbastanza in fretta, una stanza sterile diventa trappola, un interruttore arriva troppo lontano, un corridoio offre l’unica via proprio quando non dovrebbe. In questo senso Romulus ritrova un piacere quasi artigianale del pericolo. La paura non nasce soltanto dall’apparizione della creatura, ma dalla geometria degli spazi, dalla sensazione che l’ambiente intero collabori con il predatore.

Corpi giovani dentro una macchina antica

Il gruppo di protagonisti non è scritto con la stessa profondità emotiva dei migliori personaggi della saga, e questo è uno dei limiti del film. Alcune traiettorie restano rapide, funzionali, più utili a muovere la tensione che a lasciare una vera ferita. Eppure la coppia formata da Rain e Andy dà al racconto un cuore più interessante. Andy, interpretato da David Jonsson, è un sintetico difettoso, vulnerabile, spesso trattato come peso e protezione nello stesso momento. Il rapporto tra i due permette al film di tornare su una domanda centrale della saga: che cosa rende umano un corpo progettato da altri?

Questa domanda è particolarmente efficace perché Alien: Romulus circonda i suoi personaggi di sistemi che li riducono a funzioni. I giovani minatori sono forza lavoro, Andy è proprietà, i corpi aggrediti dai facehugger diventano veicoli, la compagnia considera la vita un materiale da ricerca. L’orrore industriale del film sta qui: ogni identità può essere convertita in uso. Il mostro alieno è terribile perché fa al corpo ciò che il sistema fa già alla persona, lo svuota di autonomia e lo trasforma in passaggio per qualcos’altro.

Registratore consumato e brina su un tavolo metallico in un laboratorio spaziale buioNel cuore della stazione, anche gli oggetti sembrano conservare il gelo di ciò che è stato riattivato troppo tardi.

Suono e musica: Benjamin Wallfisch tra memoria e allarme

La colonna sonora di Benjamin Wallfisch ha un compito complicato: evocare un immaginario sonoro riconoscibile senza limitarsi al calco. Il risultato funziona soprattutto quando la musica diventa struttura respiratoria del film, un battito di pressione che accompagna l’accensione della stazione e l’avvicinarsi della minaccia. Ci sono richiami alla tradizione della saga, ma anche un uso più contemporaneo di masse sonore, impulsi bassi, tensioni elettroniche che trasformano l’ambiente in un corpo malato.

Il sonoro complessivo è forse ancora più decisivo della partitura. Il film sa che un buon horror spaziale non ha bisogno di riempire ogni silenzio: deve scegliere quali rumori lasciare soli. Il colpo lontano di un meccanismo, il sibilo dell’aria, lo scatto umido di una presenza biologica, il ronzio di una luce che sta cedendo, tutto partecipa alla paura. In alcuni momenti Romulus sembra meno interessato a sorprendere lo spettatore che a farlo aspettare nel modo più scomodo possibile. È una scelta giusta, perché l’attesa è il vero corridoio della saga.

La creatura, la nostalgia e il

Il film è più forte quando usa la nostalgia come carburante atmosferico, meno quando la lascia diventare dichiarazione. Alcuni rimandi sono eleganti, integrati nel ritmo, capaci di far sentire il peso di una mitologia senza interrompere la storia. Altri appaiono più marcati, quasi obbligati, e rischiano di ricordare allo spettatore che sta guardando un capitolo incaricato di rispettare un’eredità. È il problema di molti ritorni contemporanei: la saga deve respirare, ma ogni respiro produce eco.

Detto questo, Alien: Romulus possiede una qualità che lo salva dalla semplice operazione nostalgica: crede ancora nella paura del contatto. Il facehugger resta una delle invenzioni più disturbanti del cinema horror perché non minaccia solo la morte, ma l’invasione intima, la cancellazione del confine tra dentro e fuori. Álvarez lo filma con energia, insistendo sul movimento rapido, sulla fragilità della pelle, sulla vicinanza della bocca, sulla sensazione che il corpo umano sia una porta troppo facile da aprire. Quando il film trova questa concretezza, l’omaggio smette di essere citazione e torna a essere disgusto.

Questa distinzione conta anche perché Romulus è un film molto consapevole del proprio marchio visivo. Il

Verdetto: un ritorno imperfetto ma vivo

Alien: Romulus non reinventa la saga e non pretende di farlo. La sua forza sta nel ridare peso a elementi che il tempo aveva reso familiari: il corridoio, la creatura, la compagnia, il sintetico, il corpo giovane costretto a pagare per ambizioni altrui. A tratti il film appare troppo desideroso di dimostrare rispetto, e alcuni passaggi narrativi cercano l’effetto riconoscibile più della sorpresa autentica. Ma la regia di Álvarez mantiene energia, senso del ritmo e una notevole attenzione alla fisicità dell’orrore.

Il risultato è un horror industriale compatto, teso, più muscolare che misterioso, capace di parlare al pubblico contemporaneo senza perdere del tutto la radice sporca della saga. La sua immagine più interessante non è soltanto la creatura che torna, ma la stazione che riprende vita come una fabbrica abbandonata in cui qualcuno ha riacceso i macchinari senza chiedersi che cosa fosse rimasto intrappolato dentro. Lì Alien: Romulus trova il proprio respiro: non nel mito intoccabile, ma nel rumore di un sistema morto che ricomincia a lavorare.

Alla fine resta una sensazione ruvida: non abbiamo visto il futuro, ma una vecchia catena di montaggio spostata tra le stelle. I ragazzi cercano un cielo diverso, la compagnia cerca un organismo utile, la creatura cerca un corpo. Nessuno, in quel luogo, respira davvero per sé. E quando l’ultima porta sembra chiudersi, il film lascia addosso il sospetto che l’orrore più resistente non sia l’alieno, ma la macchina che continua a preparargli spazio.

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Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.