Recensione Horror

Smile 2: recensione del contagio emotivo che vive nello spettacolo

Recensione di Smile 2, sequel horror del 2024 diretto da Parker Finn: trauma, fama, spettacolo e una prova intensa di Naomi Scott.

Pubblicato 2 Luglio 2026 10:40 6 minuti di lettura
Smile 2: recensione del contagio emotivo che vive nello spettacolo
RegiaParker Finn
Anno2024
Durata127 minuti
MusicaCristobal Tapia de Veer

Il momento più inquietante di Smile 2 non è il sorriso in sé, ma il modo in cui quel sorriso impara a comportarsi come una telecamera. Prima osserva, poi aspetta l’angolo giusto, infine costringe chi guarda a diventare parte dello spettacolo. Parker Finn prende l’idea già forte del primo film e la sposta dentro un’arena più rumorosa: una popstar internazionale, camerini blindati, prove di tour, manager, fan, luci da palco, telefoni sempre accesi. Il demone non si limita più a inseguire una vittima; trova un ambiente che vive di esposizione continua e capisce subito come nutrirsene.

Uscito nel 2024, scritto e diretto da Parker Finn, Smile 2 dura 127 minuti e ha musiche di Cristobal Tapia de Veer. La protagonista è Skye Riley, interpretata da Naomi Scott: una cantante pronta a tornare in scena dopo un trauma pubblico e personale che il film lascia pesare su ogni gesto. Attorno a lei si muovono Rosemarie DeWitt, Lukas Gage, Miles Gutierrez-Riley, Peter Jacobson, Ray Nicholson, Dylan Gelula, Raúl Castillo e Kyle Gallner. Il risultato è un supernatural psychological horror che lavora meno sulla casa infestata e più sulla prigione dell’immagine: il corpo famoso come luogo dove la paura diventa prodotto, notizia, contenuto.

Un sequel che allarga il contagio

La scelta migliore del film è non ripetere semplicemente la traiettoria del 2022. Il meccanismo della maledizione resta riconoscibile: il trauma passa di testimone in testimone, il sorriso annuncia l’arrivo di una violenza che nessuno può spiegare senza sembrare già compromesso. Ma Smile 2 capisce che un seguito ha bisogno di cambiare scala. La vita di Skye Riley è pubblica per definizione. Ogni cedimento viene fotografato, interpretato, monetizzato, trasformato in narrativa mediatica. Questo rende il contagio più crudele: non c’è solo l’orrore di non essere creduta, c’è l’orrore di essere creduta nel modo sbagliato.

Finn costruisce così un film più grande, più lucido, a tratti persino eccessivo. Dove il primo Smile funzionava come incubo clinico e domestico, il secondo entra nel backstage dello spettacolo contemporaneo. Corridoi, prove, stanze d’albergo e sale trucco diventano spazi instabili, tutti attraversati dalla stessa domanda: quanto resta di una persona quando ogni parte del suo dolore deve essere gestita come immagine? Skye non è solo perseguitata da un’entità; è circondata da un sistema che le chiede di apparire guarita prima ancora di esserlo.

Naomi Scott e il corpo sotto i riflettori

Naomi Scott regge il film con una prova fisica e nervosa, probabilmente il suo elemento più forte. Skye Riley non viene interpretata come semplice vittima glamour. È stanca, brillante, fragile, arrogante quando serve, terrorizzata quando non riesce più a distinguere la pressione professionale dalla minaccia soprannaturale. Scott lavora sul respiro, sugli scatti, sulle esitazioni davanti allo specchio, sui sorrisi forzati che somigliano troppo a quelli del mostro. Il film la mette spesso al centro di inquadrature che sembrano chiedere una performance anche nel panico, e lei riesce a far sentire questa violenza.

La dimensione pop non è un ornamento. Concerti, prove coreografiche, incontri promozionali e stanze piene di assistenti formano una gabbia più efficace di molti luoghi gotici. Quando Skye perde il controllo, nessuno vede subito una possessione: vede stress, ricaduta, capriccio, crisi d’immagine. È qui che Smile 2 trova una lettura contemporanea del suo mostro. L’entità sfrutta il trauma, ma anche il linguaggio con cui l’industria dello spettacolo archivia il trauma: comunicati, rassicurazioni, sorrisi professionali, ritorni programmati.

Regia, ritmo e spettacolo dell’ansia

Dal punto di vista della messa in scena, Parker Finn mostra più sicurezza rispetto all’esordio. Il film ama i movimenti di macchina eleganti che poi si incrinano, le apparizioni sul fondo dell’inquadratura, i passaggi in cui un ambiente affollato diventa improvvisamente ostile. Non tutti i jumpscare hanno la stessa precisione: alcuni sono molto efficaci, altri sembrano spingere troppo sul volume. Però l’insieme ha una personalità chiara. Smile 2 non vuole essere un horror minimalista; vuole essere un attacco sensoriale, un tour maledetto in cui la paura arriva con lo stesso apparato tecnico dello show.

I 127 minuti si sentono in qualche snodo centrale, soprattutto quando il film insiste su spirali già comprese dallo spettatore. Eppure la durata serve anche a dare peso alla discesa di Skye. L’orrore non esplode in una notte soltanto: si accumula nei dettagli, nelle prove rimandate, nei lividi emotivi che nessuno può nominare, nelle stanze dove tutti parlano di salute mentale ma nessuno sa davvero ascoltare. Finn alterna bene il terrore frontale a momenti di disagio più ambiguo, e quando lascia che la realtà si pieghi senza avvisare ottiene le sue scene migliori.

Camerino buio con specchio incrinato, fiori appassiti e custodia di microfono apertaNel film il backstage non protegge dal mostro: lo rende soltanto più vicino alla pelle.

Suono, musica e identità del mostro

La colonna sonora di Cristobal Tapia de Veer è una scelta coerente con questo universo. Non accompagna soltanto le scene di paura: introduce una vibrazione storta, quasi organica, che sembra contaminare la musica pop interna al racconto. Il suono di Smile 2 lavora spesso per compressione. Rumori di folla, respiri, bassi, echi di sala e silenzi improvvisi stringono la protagonista in una pressione continua. Anche quando l’immagine sembra patinata, l’audio suggerisce che qualcosa sotto la superficie sta marcendo.

Questa attenzione sonora aiuta il film a distinguersi dal semplice catalogo di apparizioni. Il sorriso del titolo è un’immagine immediata, ma la paura più persistente nasce dal modo in cui il mondo attorno a Skye diventa invadente. Ogni stanza può ascoltarla. Ogni telefono può registrarla. Ogni persona può trasformarsi in pubblico o minaccia. Il mostro non deve fare molta fatica per isolarla: trova già pronta una società che confonde visibilità e comprensione.

La lettura critica: trauma, fama e controllo

Il sottotesto sul trauma è evidente, forse persino dichiarato, ma il film funziona perché lo lega a un contesto specifico. Skye Riley non è una figura astratta della sofferenza: è una persona costretta a rendere digeribile il proprio dolore davanti agli altri. La maledizione diventa allora una forma estrema di perdita del controllo narrativo. Non decide più lei cosa mostrare, cosa nascondere, quando fermarsi. Il corpo tradisce, la mente vacilla, l’immagine pubblica diventa una seconda pelle che nessuno vuole lasciarle togliere.

Il limite principale è che Smile 2 a volte sembra innamorato della propria escalation. Alcune svolte puntano più allo shock che alla precisione emotiva, e il finale può dividere: potente come idea di spettacolo totale, meno sottile nel modo in cui chiude il discorso. Ma questa mancanza di misura è anche parte della sua identità. Il film parla di un orrore che vive sotto i riflettori, e sceglie spesso di essere abbagliante, aggressivo, quasi sovraprodotto. Quando questa scelta coincide con il punto di vista di Skye, il risultato è davvero disturbante.

Verdetto

Smile 2 è un sequel superiore per ambizione e presenza scenica, anche se non sempre più controllato. Parker Finn prende una formula riconoscibile e la trasforma in un horror sullo spettacolo del dolore, sostenuto da una protagonista intensa, da una regia più audace e da un lavoro sonoro memorabile. Non è un film perfetto: qualche eccesso, qualche ripetizione e una durata generosa ne appesantiscono alcuni passaggi. Ma è un horror contemporaneo con un’idea forte di immagine, e soprattutto con una domanda crudele: cosa succede quando il mostro capisce che il pubblico sta già guardando?

Il suo sorriso resta addosso perché non appartiene soltanto all’entità. Appartiene agli assistenti che minimizzano, agli schermi che catturano, alle luci che non si spengono, alle sale in cui la sofferenza deve comunque andare in scena all’orario previsto. Nel momento migliore, Smile 2 non chiede se Skye riuscirà a sopravvivere al demone. Chiede se esista ancora un luogo dove possa smettere di esibirsi. Ed è lì, più che nel sangue o nell’urlo, che il film trova la sua ferita più buia.

Leggi anche

VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.