Recensione Horror

Strange Darling: recensione della caccia che cambia predatore

Recensione di Strange Darling, thriller horror di JT Mollner con Willa Fitzgerald e Kyle Gallner: capitoli non lineari, 35mm, musiche di Craig DeLeon e caccia ribaltata.

Pubblicato 13 Luglio 2026 10:37 7 minuti di lettura
Strange Darling: recensione della caccia che cambia predatore
RegiaJT Mollner
Anno2023
Durata96 minuti
MusicaCraig DeLeon

Il 13 luglio 1923, sulle colline sopra Los Angeles, le lettere di Hollywoodland vennero dedicate come promessa immobiliare prima ancora che come mito: legno, lamiera, lampadine e una parola gigantesca piantata sul pendio per vendere un sogno. Guardando Strange Darling, scritto e diretto da JT Mollner, quel dettaglio torna utile perché il film parla proprio di insegne che mentono. Una sagoma può sembrare vittima, un uomo può sembrare predatore, una strada nel buio può sembrare una fuga lineare. Poi l’immagine cambia posto e ciò che avevamo letto come certezza diventa una trappola.

Presentato a Fantastic Fest nel 2023 e distribuito negli Stati Uniti nel 2024, Strange Darling dura 96 minuti, ha musiche di Craig DeLeon e una fotografia in 35mm firmata da Giovanni Ribisi. Nel cast, Willa Fitzgerald e Kyle Gallner reggono il cuore del film, affiancati da Barbara Hershey, Ed Begley Jr., Madisen Beaty e Steven Michael Quezada. La promessa critica è semplice e

Regia e contesto: una caccia montata come un’insegna luminosa

JT Mollner organizza il racconto in sei capitoli non lineari, più un epilogo, e dichiara subito che l’ordine degli eventi sarà parte dell’esperienza. È una scelta che potrebbe sembrare un vezzo da puzzle movie, ma qui ha una funzione morale oltre che narrativa: il film costringe chi guarda a produrre giudizi rapidi, poi li espone alla luce sbagliata. La struttura non serve soltanto a nascondere informazioni; serve a mostrare quanto sia fragile la sicurezza con cui assegniamo ruoli dentro una scena di violenza.

La cornice della caccia è quasi archetipica: una donna ferita corre in una zona rurale, un uomo armato la insegue, la strada sembra non offrire riparo. Mollner prende questo materiale elementare e lo tratta come un negativo fotografico. Ogni ritorno indietro non cancella il capitolo precedente, lo contamina. Un gesto che sembrava disperato diventa calcolato; una frase che pareva minacciosa acquista una sfumatura diversa; un’inquadratura che ci aveva invitato a proteggere qualcuno comincia a chiederci perché lo avessimo fatto così in fretta.

Il legame con il segno di Hollywood non è decorativo. Il cartello nato come pubblicità immobiliare è diventato icona, poi rovina, poi monumento restaurato, e intorno a esso si sono addensate storie documentate e leggende, compresa quella di Peg Entwistle, morta nel 1932 e trasformata dal folklore in fantasma del desiderio spezzato. Strange Darling lavora su un meccanismo simile: la superficie pubblica di un’immagine divora le sue condizioni materiali. Vediamo un genere, crediamo di conoscerne le regole, e invece il film ci ricorda che anche una silhouette può essere propaganda.

Messa in scena: 35mm, motel e oggetti che accusano

La scelta del 35mm non è nostalgia ornamentale. La grana dà corpo alla notte, rende meno pulite le luci al neon, sporca i rossi e i blu, fa sembrare ogni interno un reperto trovato in una scatola di prove. Motel, automobile, freezer, colazione in cucina, telefono, sigaretta, bende, fucile: gli oggetti non vengono usati come semplice arredamento, ma come indizi materiali di una relazione che il film continua a riscrivere. Un bicchiere appoggiato su un comodino può contenere più minaccia di un corridoio buio, perché appartiene a un prima che ancora non sappiamo leggere.

Mollner è efficace quando lascia che la composizione faccia il lavoro sporco. Gli spazi sembrano aperti, ma sono sempre tagliati da linee di fuga che chiudono: la strada nel bosco, il parcheggio del motel, la cucina domestica, il bagno con lo specchio. La violenza esplode, ma non nasce mai dal nulla; è preparata da piccoli rapporti di potere, da esitazioni nel tono, da una vicinanza fisica che cambia significato a seconda di chi sta guardando. Il film conosce il piacere del colpo di scena, però i suoi momenti migliori non sono quelli in cui sorprende: sono quelli in cui ci costringe a riconoscere la nostra complicità percettiva.

Stanza di motel notturna con telefono, fotografie istantanee e chiave in luce rossaNel film gli oggetti sembrano prove raccolte dopo il fatto: chiave, telefono e fotografie non spiegano subito, ma obbligano a rivedere ogni gesto.

Suono e musica: Craig DeLeon dentro una tensione analogica

Le musiche di Craig DeLeon lavorano su una tensione meno invadente di quanto il soggetto potrebbe suggerire. Non cercano di trasformare ogni passaggio in allarme permanente; preferiscono insinuarsi tra i respiri, nei tagli di montaggio, nei momenti in cui la scena sembra sospesa prima di rivelare la propria direzione. La partitura accompagna bene la natura analogica dell’immagine: non suona come un dispositivo digitale che spinge lo spettatore verso la reazione, ma come una corrente instabile sotto una lampada che sfarfalla.

Il sound design ha un ruolo altrettanto decisivo. Lo scatto di una serratura, il motore di un’auto nel buio, un colpo che rimbomba in uno spazio domestico, il fruscio del bosco e il silenzio improvviso dopo una frase troppo calma costruiscono un ambiente in cui la minaccia non è sempre dove l’occhio la cerca. Strange Darling capisce che la caccia non è soltanto movimento: è ascolto. Chi respira più forte? Chi sta fingendo paura? Chi occupa lo spazio con sicurezza e chi la recita?

Temi e lettura critica: il predatore come costruzione dello sguardo

Il film è stato discusso soprattutto per il suo ribaltamento, ma ridurlo alla sorpresa sarebbe ingiusto. Il punto non è soltanto “chi è davvero chi”; il punto è perché certe immagini ci sembrino credibili prima ancora che il racconto le confermi. Mollner gioca con codici consolidati del rape-revenge, del serial killer thriller e del neo-noir rurale, ma lo fa con una consapevolezza ambigua. Da una parte smonta le aspettative; dall’altra continua a usare il fascino sporco di quelle stesse aspettative. È una posizione fertile, non completamente innocente.

Willa Fitzgerald offre una prova centrale proprio perché non interpreta una linea retta. Il suo personaggio cambia temperatura da una scena all’altra senza perdere coerenza interna: vulnerabilità, calcolo, furia, teatralità, stanchezza. Kyle Gallner, al contrario, lavora su una presenza più trattenuta, spesso compressa in una domanda: quanto di ciò che vediamo è paura e quanto è ostinazione? La dinamica fra i due funziona perché il film non li appiattisce a maschere fisse. Anche quando la struttura rivela il proprio disegno, rimane una zona inquieta in cui desiderio, violenza e performance si confondono.

C’è però un rischio evidente: il piacere del ribaltamento può far sembrare secondario il dolore che mette in scena. Strange Darling cammina su quel bordo e non sempre lo percorre con la stessa finezza. Alcuni passaggi cercano una ferocia quasi da exploitation, altri puntano a una riflessione più lucida sui dispositivi dello sguardo. La forza del film sta nel tenere insieme queste due spinte senza trasformarsi in lezione. Non moralizza lo spettatore; lo mette in una posizione scomoda e gli lascia addosso il sospetto di aver desiderato la semplificazione.

Poster, immagine pubblica e mito hollywoodiano

La locandina ufficiale verticale di Strange Darling, usata qui separatamente dalla copertina editoriale, insiste su un’immagine rossa, sensuale e minacciosa: “Love hurts”, dice il materiale promozionale. È un poster efficace perché vende il film come oggetto di desiderio pericoloso, non come semplice caccia nel bosco. Anche in questo caso l’immagine pubblica anticipa il tema: ciò che attrae può manipolare, ciò che sembra dichiarare può nascondere. La copertina orizzontale della recensione, invece, resta fuori dal poster e guarda alla strada, al buio, alla promessa hollywoodiana che diventa rovina.

La ricorrenza del cartello Hollywoodland aiuta a leggere il film senza forzarlo. Fatto storico: quel segno nacque per vendere case e poi divenne simbolo globale. Testimonianza materiale: fotografie, restauri e cronache raccontano lampadine, degrado, salvataggi e trasformazioni. Leggenda: le apparizioni legate a Peg Entwistle appartengono al folklore, non alla prova. Interpretazione: Strange Darling sembra muoversi nello stesso territorio, dove il desiderio di credere a un’immagine può produrre rovina. La paura non è che il segno sia falso; è che continui a funzionare anche dopo che sappiamo come è stato costruito.

Verdetto

Strange Darling è un thriller horror teso, elegante e più tagliente di quanto la sua architettura da gioco a incastri lasci intuire. JT Mollner dirige con controllo, Giovanni Ribisi dà alla fotografia una consistenza analogica memorabile, Craig DeLeon sostiene la tensione senza saturarla, e la coppia Fitzgerald-Gallner rende credibile una partita in cui il potere cambia mano più volte. Non è un film perfetto: alcune accelerazioni cercano lo shock con una compiacenza riconoscibile, e qualche idea avrebbe meritato più silenzio per sedimentare.

Resta però un’opera capace di usare il colpo di scena non come fuoco d’artificio, ma come accusa allo sguardo. La caccia cambia predatore perché noi abbiamo accettato troppo presto la mappa che il film ci porgeva. Come le lettere di Hollywoodland, nate pubblicità e diventate mito, anche Strange Darling vive nella distanza fra struttura e leggenda. Il suo merito è non chiudere quella distanza con una spiegazione rassicurante: lascia una strada notturna, il rumore di un motore lontano e la sensazione che l’immagine più pericolosa sia quella che abbiamo creduto di capire subito.

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Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.