
Il 17 luglio 1918, in una cantina di Ekaterinburg, la fine dei Romanov venne preparata come un atto amministrativo e consumata come un disastro fisico: pareti basse, corpi troppo vicini, gioielli cuciti negli abiti, spari che rimbalzavano e un mito di sopravvivenza destinato a durare più della dinastia. È un dettaglio storico lontano dal regno fiabesco di The Ugly Stepsister, eppure aiuta a entrare nel film di Emilie Blichfeldt: anche qui il potere pretende corpi presentabili, abiti corretti, sangue nascosto sotto la stoffa, e anche qui la favola della resurrezione sociale nasce da una violenza molto concreta.
La promessa critica del film è chiara fin dai primi minuti: raccontare Cenerentola non dal punto di vista della grazia premiata, ma da quello della ragazza che sa di non possedere il volto giusto per essere scelta. Elvira, la “sorellastra brutta”, non è trattata come una caricatura da punire. È una creatura affamata di riconoscimento, spinta da una madre opportunista e da un mondo in cui la bellezza non è qualità morale, ma valuta, lasciapassare e condanna. La domanda che resta aperta, e che riguarda anche chi guarda, è quanto dolore siamo disposti a chiamare miglioramento quando la società lo applaude.
Contesto e regia: una Cenerentola vista dal tavolo operatorio
The Ugly Stepsister, titolo internazionale di Den stygge stesøsteren, è un film del 2025 scritto e diretto dalla norvegese Emilie Blichfeldt al suo esordio nel lungometraggio. Presentato nel circuito festivaliero, tra Sundance e Berlinale, dura 109 minuti e usa la matrice di Cenerentola come una macchina per smontare il desiderio di essere guardati. Il cast mette al centro Lea Myren nel ruolo di Elvira, con Ane Dahl Torp, Thea Sofie Loch Næss e Flo Fagerli a costruire un piccolo ecosistema di ambizione familiare, rivalità e decadenza.
Blichfeldt sceglie una via
La regia ha il merito di non compatire Elvira dall’alto. La osserva mentre compie scelte terribili, ma non dimentica mai il sistema che le rende desiderabili. In questo senso il film è più crudele di molte riscritture moderne: non basta dire che la bellezza imposta è una prigione, perché The Ugly Stepsister mostra anche quanto quella prigione prometta calore, status, matrimonio, sicurezza economica e finalmente uno sguardo non sprezzante.
Messa in scena: velluto, strumenti e fame di apparire
La forza visiva del film sta nel contrasto fra la superficie fiabesca e la materia organica che la contamina. C’è un mondo di candele, specchi opachi, pettini, sete pallide e stanze in cui ogni mobile sembra misurare il valore di chi lo attraversa. Dentro questa cornice, però, la trasformazione del corpo non ha nulla di magico: è pressione, taglio, gonfiore, secrezione, nausea. La fiaba, privata della bacchetta, diventa procedura.
Tre dettagli restano addosso più di molte scene madri: lo specchio usato non per riconoscersi ma per sorvegliarsi; la scarpetta, oggetto romantico per eccellenza, ridotta a stampo crudele; il suono umido dei trattamenti di bellezza, che porta l’idea di perfezione fuori dal salone e dentro una stanza clinica. Blichfeldt capisce che il body horror funziona quando un gesto quotidiano viene appena spostato: truccarsi, stringersi, sorridere, provare un abito. Nulla è estraneo; tutto è già presente nelle piccole violenze educate.
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Rispetto ad altri film recenti sul corpo femminile come merce, The Ugly Stepsister evita la patina pubblicitaria. Non vende il disgusto come posa cool. Lo lega a una comicità nerissima, a tratti quasi da farsa aristocratica, che rende più inquietante la vicenda perché nessuno sembra davvero innocente. La madre conosce il prezzo dell’ascesa, Agnes/Cenerentola non è solo una santa luminosa, il principe è meno persona che funzione sociale. Elvira, al centro, diventa il punto in cui tutte queste forze lasciano il segno.
Suono e musica: il corpo come strumento stonato
Le musiche, attribuite a Kaada e Vilde Tuv, accompagnano il film senza trasformarlo in una parata gotica prevedibile. La partitura lavora spesso per scarti: eleganza e abrasione, motivi fiabeschi e piccoli slittamenti disturbanti, leggerezza apparente e improvvisi richiami alla carne. È un uso intelligente del suono perché non sottolinea soltanto l’orrore; lo lascia insinuarsi nella promessa di armonia.
Molto efficace è anche il paesaggio acustico dei gesti. In un racconto di bellezza, il rumore dovrebbe sparire: il trucco dovrebbe essere silenzioso, l’abito dovrebbe cadere perfetto, il corpo dovrebbe obbedire. Qui invece ogni trasformazione fa attrito. Si sentono materiali tirati, superfici sfregate, respiri trattenuti, piccoli cedimenti. Il film insiste su questa dimensione perché la vera mostruosità non è il corpo che cambia, ma la richiesta che quel cambiamento sembri naturale.
Temi e lettura critica: il mito di Anastasia capovolto nella fiaba
Il collegamento con la memoria dei Romanov non sta in una citazione diretta, ma in una parentela simbolica. Dopo il massacro del 1918, la leggenda di Anastasia sopravvissuta rispose a un bisogno collettivo: immaginare che almeno una figura giovane, riconoscibile, potesse uscire dal buio e reclamare un’identità negata. The Ugly Stepsister lavora su un mito opposto e complementare: non la principessa perduta che forse ritorna, ma la ragazza marginale che tenta di rifarsi un volto per entrare nella storia ufficiale.
Il film distingue bene desiderio e colpa. Elvira desidera essere amata, e questo desiderio non è ridicolo. Diventa tragico perché passa attraverso strumenti che la disprezzano. La bellezza, nel mondo del film, non libera: seleziona. La famiglia non protegge: investe. Il ballo non celebra: misura. Il matrimonio non conclude la fiaba: certifica chi ha vinto la competizione dei corpi. La crudeltà grottesca nasce da qui, non dal gusto per l’eccesso fine a se stesso.
La parte più interessante è che Blichfeldt non assolve completamente la protagonista. Elvira è vittima, ma anche agente; subisce una gerarchia e la interiorizza; soffre, ma non smette di desiderare il posto che produrrà altra sofferenza. Questa ambiguità evita al film di diventare una lezione già pronta. La recensione più onesta deve riconoscere che The Ugly Stepsister non funziona solo come denuncia della chirurgia estetica o degli standard femminili: è più ampio, più sgradevole, più fiabesco. Racconta il momento in cui una persona inizia a collaborare con la violenza che la sta distruggendo, perché quella violenza è l’unica lingua in cui le è stato promesso un futuro.
Verdetto: una fiaba nera che non consola
The Ugly Stepsister è una recensione vivente della fiaba più ancora che una sua variante: prende il meccanismo del “diventare degna” e lo mostra come una catena di umiliazioni fisiche, aspettative economiche e crudeltà familiari. Non tutto è perfetto. In alcuni passaggi la metafora è così evidente da rischiare la ridondanza, e chi cerca un horror più narrativo potrebbe trovare il ritmo meno propulsivo del previsto. Ma la coerenza dello sguardo, la precisione dei dettagli materiali e la prova di Lea Myren tengono il film dentro una zona rara: disturbante, leggibile, ma non addomesticata.
Il verdetto è positivo: The Ugly Stepsister merita attenzione perché non usa il body horror come decorazione, bensì come grammatica morale. La sua crudeltà grottesca parla del presente senza abbandonare la forma della fiaba, e chiude il cerchio con un’amarezza netta: quando una società decide che il valore di una persona passa dalla forma del suo corpo, anche il lieto fine può avere l’odore di una cantina chiusa, di cipria bagnata e di sangue asciugato troppo in fretta.


