The Haunting: recensione della casa che respira senza mostrarsi
Recensione di The Haunting, classico horror del 1963 diretto da Robert Wise: Hill House, suono, architettura ostile e paura suggerita.
LeggiFilm recenti, classici e cult letti per atmosfera, regia, immagini che restano addosso e posto nella storia dell'horror.
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Recensione di The Haunting, classico horror del 1963 diretto da Robert Wise: Hill House, suono, architettura ostile e paura suggerita.
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Robert Morgan trasforma la stop-motion in una dipendenza fisica: più forte nei gesti e nelle superfici che nella spiegazione dell’incubo.
Franju trasforma volto, lutto e chirurgia in una fiaba crudele ancora modernissima.
Tourneur e Lewton trasformano desiderio, colpa e superstizione in un horror urbano dove il mostro più potente resta quasi sempre fuori campo.
JT Mollner usa capitoli fuori ordine e grana 35mm per trasformare la caccia in una prova sullo sguardo: teso, imperfetto, memorabile.
Żuławski trasforma la separazione in un organismo febbrile: Berlino Ovest, Adjani, Sam Neill e Korzyński compongono un horror sul possesso che non smette di respirare.
Un seguito più action e meno puro del primo film, interessante quando ragiona sulla sicurezza delegata agli algoritmi e sulla tentazione di riattivare il mostro che conosciamo già.
Tomas Alfredson firma un horror di neve e soglie in cui il vampiro torna creatura intima, affamata e ambigua, senza perdere potenza emotiva.
Un horror recente diseguale ma interessante: Joshua John Miller usa il set maledetto per parlare di colpa, dipendenza e performance, con Crowe al centro della ferita.
Miike traveste l’abuso dello sguardo da melodramma romantico e lo trasforma in una delle trappole più eleganti dell’horror giapponese contemporaneo.