Recensione Horror

The Tenant: recensione di l’appartamento che divora identità e vicinato

Recensione critica di The Tenant, il classico del 1976 in cui Roman Polanski trasforma casa, vicini e identità in una persecuzione senza uscita.

Pubblicato 7 Settembre 2026 16:30 7 minuti di lettura
The Tenant: recensione di l’appartamento che divora identità e vicinato
RegiaRoman Polanski
Anno1976
Durata126 min
MusicaPhilippe Sarde

La punta dell’ombrello entra nella memoria europea come un dettaglio minuscolo, quasi educato: un urto sul marciapiede, una fitta alla gamba, Waterloo Bridge alle spalle e Londra che continua a respirare come se niente fosse. Il 7 settembre 1978 Georgi Markov, dissidente bulgaro e voce scomoda della BBC, fu colpito da un congegno capace di inoculare una microcapsula di ricina; morì pochi giorni dopo. Non è la trama di un film di Roman Polanski, e proprio per questo sembra una porta laterale perfetta per tornare a The Tenant: perché l’orrore più resistente, qui come nel caso Markov, nasce quando un oggetto quotidiano smette di essere neutro e comincia a lavorare contro il corpo.

Uscito nel 1976, The Tenant — in Italia L’inquilino del terzo piano — è il terzo movimento ideale della cosiddetta trilogia dell’appartamento di Polanski, dopo Repulsion e Rosemary’s Baby. Il film non racconta una cospirazione politica, non mette in scena agenti segreti né veleni da laboratorio; eppure condivide con il mito dell’ombrello assassino una stessa intuizione cupa: la minaccia più efficace è quella che assume la forma dell’abitudine. Un pianerottolo, una tazza di cioccolata, una finestra di fronte, una sigaretta nel bar sotto casa. Tutto resta riconoscibile, ma ogni cosa comincia a comportarsi come una prova.

Un appartamento non accoglie: pretende

Trelkovsky, interpretato dallo stesso Polanski, arriva in un palazzo parigino per visitare un appartamento lasciato libero dopo il tentato suicidio della precedente inquilina, Simone Choule. La situazione di partenza è quasi burocratica: affitto, cauzione, vicini, portinaia, regole non scritte. Ma la regia lavora subito contro l’idea di normalità. Le stanze non sembrano mai davvero vuote; il cortile interno comprime la prospettiva; le finestre non aprono il mondo, lo duplicano. Trelkovsky non entra in una casa: viene inserito in un sistema di sorveglianza che lo precede e non ha bisogno di spiegarsi.

La grandezza del film sta nella pazienza con cui trasforma le cortesie del vicinato in una liturgia ostile. I condomini chiedono silenzio, compostezza, adeguamento; ognuno parla con tono ragionevole, e proprio questa ragionevolezza produce panico. Polanski evita l’esplosione gotica e preferisce l’erosione. Il palazzo non diventa mostruoso da un momento all’altro: si limita a chiedere a Trelkovsky di rinunciare a un gesto alla volta. Non fare rumore, non ricevere amici, non disturbare, non essere troppo visibile. L’identità, in The Tenant, non viene strappata: viene amministrata.

Polanski e la paranoia come grammatica dello spazio

Roman Polanski dirige il film con un controllo geometrico che non ha nulla di decorativo. I corridoi, le scale e il cortile funzionano come frasi ripetute con una parola fuori posto. La macchina da presa lascia spesso Trelkovsky in una posizione leggermente sbagliata rispetto all’ambiente: troppo piccolo davanti alle pareti, troppo esposto alla finestra, troppo vicino agli sguardi altrui. È una paranoia spaziale, prima ancora che psicologica. Non sappiamo se il mondo complotti davvero contro di lui, ma sappiamo che ogni stanza è costruita per suggerirlo.

Questo è il punto in cui The Tenant resta più inquietante di molte opere successive che gli devono qualcosa. Il film non chiede allo spettatore di scegliere comodamente tra follia individuale e persecuzione reale. Al contrario, rende le due ipotesi inseparabili. Se Trelkovsky sta cedendo, il condominio gli offre il lessico per cedere; se il condominio lo sta manipolando, lo fa usando la sua fragilità come materiale da costruzione. In entrambi i casi, l’orrore non è un’entità esterna, ma una relazione: qualcuno guarda, qualcuno si sente guardato, e tra i due poli nasce una forma di violenza.

Bagno antico e buio che evoca la perdita di identità in The Tenant.L’interno domestico diventa superficie di inquietudine e trasformazione.

Suono, corpo e identità: la musica di Philippe Sarde

La partitura di Philippe Sarde, indicata dalle fonti filmografiche principali accanto alla regia di Polanski, non invade il film con enfasi spettacolare. Lavora piuttosto per inclinazioni, ritorni, sospensioni. La musica accompagna la progressiva femminilizzazione forzata di Trelkovsky e la sua identificazione con Simone Choule senza trasformarla in semplice effetto morboso. È un tappeto instabile, spesso elegante, che lascia filtrare qualcosa di funebre sotto la quotidianità. Anche il suono ambientale conta: passi, colpi sul pavimento, rumori trattenuti, voci dietro le porte. Il palazzo parla più attraverso ciò che obbliga a non fare che attraverso ciò che dice.

Il corpo di Trelkovsky diventa così il luogo dove il vicinato scrive la propria sentenza. Denti, vestiti, postura, desiderio, vergogna: ogni elemento viene separato dalla persona e riconsegnato come indizio. Polanski, attore, sceglie una recitazione nervosa ma non isterica; il suo Trelkovsky è impacciato, educato, quasi sempre in ritardo rispetto all’aggressione che subisce. Non possiede la violenza necessaria per opporsi alle micro-umiliazioni, e questa insufficienza rende il personaggio dolorosamente credibile. Il film non lo santifica: lo osserva mentre cerca di non disturbare il mondo, finché il mondo non gli chiede di sparire.

Il 1976, la trilogia dell’appartamento e un classico che non consola

I dati essenziali sono solidi: regia di Roman Polanski, anno 1976, durata di circa 126 minuti, musiche di Philippe Sarde. Ma ridurre The Tenant a scheda da cineclub significherebbe perderne la parte più velenosa. Nel contesto degli anni Settanta, il film intercetta una sfiducia urbana che non ha bisogno di mostri: l’abitazione, promessa borghese di sicurezza, si rovescia in dispositivo disciplinare. Dopo l’appartamento mentale di Repulsion e quello satanico-sociale di Rosemary’s Baby, Polanski firma qui il capitolo più burocratico e forse più disperato: il male non sfonda la porta, compila il regolamento condominiale.

La connessione con Markov e con l’ombrello al ricino non va forzata sul piano dei fatti. Il caso Markov appartiene alla storia documentata della Guerra fredda: testimonianze, indagini, analisi mediche sul pellet e una trasformazione mediatica che ha reso “l’ombrello assassino” un mito moderno della tecnologia invisibile. The Tenant appartiene invece alla finzione, tratta dal romanzo di Roland Topor. Eppure entrambi ci ricordano che l’immaginario del Novecento ha imparato a temere gli strumenti ordinari. Un ombrello, un appartamento, una finestra: oggetti e luoghi non cambiano forma, cambia la fiducia che riponiamo in loro.

Una recensione critica: perché fa ancora paura

Oggi The Tenant può apparire meno immediato di Rosemary’s Baby e meno fisicamente sconvolgente di Repulsion, ma la sua lentezza è parte del veleno. È un film che non cerca l’identificazione facile: Trelkovsky è insieme vittima, superficie, complice involontario della propria dissoluzione. La sceneggiatura insiste su ripetizioni e ambiguità che possono risultare irritanti a chi pretende una soluzione psicologica chiusa; per il lettore di Residuoscuro, però, proprio quell’irritazione è preziosa. Il film costruisce una gabbia interpretativa e poi ci lascia dentro, senza offrirci la consolazione di sapere dove finisca il delirio.

La messa in scena rimane magistrale quando registra la crudeltà minima della convivenza. Gli amici rumorosi che sembrano liberatori diventano un problema; i vicini che sembrano caricature diventano giudici; Stella, interpretata da Isabelle Adjani, apre uno spiraglio emotivo ma non può trasformare il palazzo in un luogo abitabile. Shelley Winters, nei panni della portinaia, porta una fisicità terrena e quasi grottesca, fondamentale per impedire al film di diventare astrazione pura. Tutto ha peso, odore, polvere. Anche la paranoia, qui, sembra sporcare le mani.

Il limite maggiore, se vogliamo chiamarlo limite, sta nella freddezza deliberata dell’opera. The Tenant non commuove nel senso classico e non concede molto alla compassione. È una macchina morale severa, a tratti sgradevole, attraversata oggi anche dalla difficoltà di separare la visione critica del film dalla figura controversa del suo autore. Ma la recensione di un cult non deve cancellare le frizioni: deve attraversarle. E il film, sul piano cinematografico, conserva una precisione rara nel mostrare come una comunità possa produrre esclusione senza mai dichiararsi colpevole.

Verdetto

The Tenant merita di essere rivisto non come semplice incubo d’autore, ma come anatomia dell’abitare quando l’abitare diventa processo di cancellazione. La paura non arriva da un demone, da un serial killer o da una rivelazione soprannaturale: arriva dalla possibilità che il luogo in cui cerchiamo riparo sappia già chi dobbiamo diventare. Nel giorno in cui la memoria di Georgi Markov riporta alla superficie l’orrore di un oggetto comune trasformato in arma invisibile, il film di Polanski risponde con un’altra forma di tossina: un appartamento che non uccide subito, ma insegna lentamente a non riconoscersi più. Voto: 8,5/10.

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Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.