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Turno 27: badge non riconosciuto

Nel complesso Sidera Nord un badge apre un piano che non esiste. Il registro accessi, però, sa già chi deve entrare.

Pubblicato 28 Giugno 2026 16:09 6 minuti di lettura
Turno 27: badge non riconosciuto

Alle 02:17 il lettore del badge emise un bip secco, troppo pulito per un edificio che di notte sembrava respirare muffa dai giunti delle pareti. Mara Fanti sollevò gli occhi dal monitor della guardiania e vide comparire una riga nuova nel registro accessi: TURNO 27 — ingresso autorizzato. Non esisteva un turno 27 nella società di vigilanza. Non esisteva nemmeno un ventisettesimo piano nel complesso aziendale Sidera Nord. L'ascensore, però, aveva già chiuso le porte.

Mara lavorava lì da tre settimane, contratto breve, fine settimana, dodici ore di silenzio tra capannoni spenti e uffici lasciati in ordine da persone che alle diciotto avevano fretta di ricordarsi vive. Il suo compito era semplice: controllare le telecamere, rispondere al telefono interno, segnare eventuali allarmi. Di notte succedevano sempre le stesse cose. Un sensore si lamentava per il vento. Una lampada al neon tremava nel corridoio amministrativo. Il distributore del piano terra sputava un bicchiere vuoto senza che nessuno avesse premuto nulla. Piccole isterie elettriche, le chiamava il collega del turno precedente.

Il piano che non figurava in pianta

Quella notte il collega era andato via in anticipo, lasciandole una cartellina con le mappe aggiornate dopo i lavori di ristrutturazione. Piano terra, primo, secondo, terzo. Poi seminterrato, archivio, locale tecnico. Nessun altro livello. Eppure il display dell'ascensore, inquadrato dalla camera sopra l'atrio, salì oltre il tre. Il numero quattro non apparve mai. Il cinque neppure. Sullo schermo nero, per un istante, si accese soltanto un 27 bianco, sottile, come inciso dall'interno del vetro.

Mara fece ciò che avrebbe fatto chiunque avesse ancora voglia di essere assunta il mese dopo: cercò una spiegazione amministrativa. Aprì il registro digitale e filtrò gli accessi per reparto. Il badge che aveva appena timbrato risultava assegnato a Giulio Rensi, manutenzione notturna. Foto sgranata, giacca blu, occhi chiari. Data di assunzione prevista: 3 luglio 2026. Data di decesso, importata da un vecchio archivio assicurativo: 14 novembre 2019. Il sistema non segnalava errore. Accanto al nome, nella colonna note, compariva una frase che Mara non aveva mai visto in nessun software: dipendente atteso.

Chiamò la centrale. La linea restò muta per sette secondi, poi rispose un fruscio che sembrava carta strofinata contro un microfono. Mara ripeté il codice sede, il proprio cognome, il problema. Dal fruscio uscì una voce maschile, calma, quasi annoiata. «Non interrompa il turno 27.» Non era la voce del supervisore. Non era una registrazione. Prima che potesse chiedere chi parlasse, la chiamata cadde e il monitor dell'ascensore mostrò le porte aperte su un corridoio che non apparteneva all'edificio.

Il registro ricordava i morti

La telecamera dell'ascensore non dava immagini nitide. Si vedeva una luce bassa, giallastra, e una parete rivestita di piastrelle verdi, come negli ospedali vecchi o nelle piscine comunali chiuse da anni. Sul pavimento c'erano impronte bagnate. Non entrava nessuno, non usciva nessuno. Eppure il registro accessi continuava a riempirsi. Ogni tre minuti un badge diverso veniva accettato al piano 27: Enrica Savoldi, contabilità, morta prima dell'apertura dello stabilimento; Paolo Imeri, logistica, mai presentato al primo giorno perché investito sulla provinciale; Samira K., mensa aziendale, contratto annullato dopo il funerale.

Mara riconobbe un meccanismo peggiore della paura: la coerenza. Non erano nomi casuali. Erano persone che, in qualche modo, erano state promesse a quel luogo e non ci erano mai arrivate. Il complesso Sidera Nord sembrava averle conservate in una lista d'attesa, come appuntamenti rinviati da un ufficio troppo paziente. Ogni passaggio lasciava nel log la stessa dicitura: ingresso regolare, mansione recuperata. Poi la stampante termica sulla scrivania, spenta da quando Mara aveva iniziato il turno, tossì e produsse una striscia di carta.

Registro accessi notturno con badge abbandonato nella guardianiaNel registro, i nomi non chiedevano permesso: risultavano già attesi.

Sulla ricevuta c'era il suo nome. Non il nome completo, soltanto Mara F., seguito da un orario: 03:41. Mancavano ventisei minuti. Sotto, in caratteri più piccoli, la causale diceva: affiancamento turno 27. Mara si alzò così in fretta da rovesciare la sedia. La guardiania aveva una porta blindata che dava sull'atrio e un'uscita di servizio verso il parcheggio. Scelse la seconda, ma la maniglia non si mosse. Sul pannello accanto alla porta lampeggiava una luce rossa. Badge non riconosciuto.

La voce nell'ascensore

Provò a chiamare il 112 dal cellulare. Nessun campo. Provò il numero della madre, quello del supervisore, quello di un'amica che viveva sveglia fino a tardi. Ogni chiamata tornava alla stessa voce maschile: «Non interrompa il turno 27.» A quel punto, dal corridoio oltre il vetro, arrivò il suono dell'ascensore che scendeva. Non era il solito ronzio metallico. Era un respiro trattenuto, una cabina piena di persone educate che cercavano di non fare rumore.

Le porte si aprirono sull'atrio vuoto. Mara vide la propria immagine riflessa nell'acciaio interno: pallida, spettinata, con il badge appeso al collo. Dietro di lei, nel riflesso, c'erano altre sagome. Non si voltò. Il cervello le offrì una spiegazione ridicola, una specie di cortesia biologica: turni lunghi, sonno spezzato, luci fredde, attenzione consumata. Aveva letto che chi lavora di notte può percepire presenze, confondere ombre, sentire suoni dove c'è soltanto stanchezza. Ma il badge sul suo petto vibrò contro la plastica, come se qualcuno lo stesse leggendo da dentro.

Il display sopra la cabina non mostrava numeri. Mostrava parole: piano richiesto. Mara arretrò fino alla scrivania, cercando qualcosa da usare come arma, ma trovò soltanto penne, una torcia scarica e il registro cartaceo delle consegne. Lo aprì a caso. Le pagine precedenti erano piene di annotazioni scritte con grafie diverse: rumori in archivio, ascensore chiamato senza richiesta, badge accettati fuori anagrafica. Tutte le note erano firmate da persone che Mara non aveva mai conosciuto. Accanto a ogni firma, la stessa aggiunta in matita: poi assunto.

Affiancamento

Alle 03:39 saltò la corrente. I monitor si spensero insieme, ma l'ascensore restò illuminato. La luce al suo interno era ferma e gialla, una luce senza fonte. Mara capì allora che il turno 27 non era un piano, non era un reparto, non era neppure un errore del sistema. Era il modo in cui l'edificio completava le proprie assenze. Ogni persona mancata veniva richiamata per occupare il posto che la burocrazia, la morte o il caso avevano lasciato vuoto. E chi faceva la guardia imparava a non disturbare.

Quando il badge di Mara suonò, la porta blindata della guardiania si aprì da sola. Non con violenza. Con cortesia. Il lettore verde annunciò: accesso autorizzato. Lei pensò di correre, ma le gambe seguirono il corridoio verso la cabina. A metà atrio vide sul pavimento una fila di impronte bagnate che entravano nell'ascensore e nessuna che usciva. La voce maschile, ora vicinissima, disse: «Benvenuta in affiancamento.» Dentro la cabina, qualcuno le porse una cartellina con le mappe aggiornate. C'era un piano in più, disegnato a mano.

Alle 06:00 il collega del mattino trovò la guardiania ordinata, la sedia al suo posto e una striscia di carta nella stampante termica. Il registro digitale indicava che Mara Fanti aveva concluso il turno senza anomalie. Nella cartellina delle mappe, però, il foglio del piano 27 era sparito. Rimaneva soltanto una nota per il personale nuovo: se l'ascensore sale oltre il terzo piano, non chiamare la centrale. Aspettare il bip. Sorridere alla telecamera. Qualcuno, prima o poi, deve pur insegnare ai dipendenti morti dove andare.

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VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.