Recensione Horror

Heart Eyes: recensione dello slasher romantico che trasforma l’amore in bersaglio

Recensione critica di Heart Eyes, slasher romantico diretto da Josh Ruben: dati filmici verificati, ritmo, maschera, musica di Jay Wadley e lettura del mito sentimentale come bersaglio.

Pubblicato 18 Luglio 2026 10:30 8 minuti di lettura
Heart Eyes: recensione dello slasher romantico che trasforma l’amore in bersaglio
RegiaJosh Ruben
Anno2025
Durata97 minuti
MusicaJay Wadley

Il 18 luglio, nelle cronache di Roma antica, non è una data neutra: è la notte in cui il fuoco cominciò a masticare il Circo Massimo, le botteghe, le travi impregnate d’olio, le tende e le case addossate una all’altra come carta secca. Tacito racconta fiamme, sospetti, panico; la leggenda, più tardi, preferirà fissare Nerone in una posa quasi teatrale, mentre la città brucia e qualcuno cerca un colpevole da consegnare alla memoria. Heart Eyes, slasher romantico diretto da Josh Ruben, non parla di Roma né di imperatori, ma parte da un’idea simile: quando una festa collettiva diventa combustibile, basta una scintilla perché il rito si trasformi in caccia.

Qui la festa è San Valentino, con le sue vetrine rosse, i menù per due, i palloncini a forma di cuore e quella pressione sociale che pretende una coppia illuminata al centro della scena. La domanda critica del film è semplice e velenosa: che cosa resta dell’amore quando viene ridotto a bersaglio, posa pubblicitaria, prova da superare sotto gli occhi di tutti? Heart Eyes risponde con un killer mascherato che colpisce coppie la notte del 14 febbraio e con una commedia romantica che continua a spingere i suoi protagonisti l’uno verso l’altra mentre intorno a loro il genere horror affila coltelli, trappole e set-piece sanguinosi.

Dati verificati e contesto produttivo

Titolo originale: Heart Eyes. Anno: 2025. Regia: Josh Ruben. Sceneggiatura: Phillip Murphy, Christopher Landon e Michael Kennedy. Durata: 97 minuti. Musiche: Jay Wadley. Cast principale: Olivia Holt, Mason Gooding, Gigi Zumbado, Michaela Watkins, Devon Sawa e Jordana Brewster. Il film è distribuito da Sony Pictures Releasing e appartiene a quella linea recente di horror consapevoli che non usano l’ironia per chiedere scusa del sangue, ma per rimettere in moto formule apparentemente consumate.

La premessa è da slasher puro con innesto sentimentale: un assassino noto come Heart Eyes Killer prende di mira le coppie durante San Valentino; due colleghi, interpretati da Olivia Holt e Mason Gooding, vengono scambiati per una coppia e devono attraversare la notte cercando di sopravvivere. La meccanica romantica è evidente, quasi dichiarata: equivoci, attrazione negata, dialoghi da workplace comedy, fuga condivisa. Ma Josh Ruben prova a far convivere questa superficie brillante con una violenza più tagliente, costruendo un film che non vuole scegliere tra appuntamento disastroso e massacro metropolitano.

Josh Ruben e la commedia come miccia dello slasher

Ruben arriva a Heart Eyes dopo aver già dimostrato interesse per l’ibridazione tra paura e comicità. Il suo merito maggiore, qui, è capire che lo slasher funziona meglio quando il pubblico riconosce le regole prima che vengano violate. San Valentino diventa allora un set già pronto: ristoranti pieni, appartamenti decorati, ascensori, parcheggi, insegne al neon, mazzi di rose lasciati come prove su una scena del crimine. Ogni dettaglio romantico può cambiare segno. Un biglietto diventa indizio, un tavolo per due diventa trappola, un cuore luminoso sembra sorridere mentre la lama entra in campo.

La regia non cerca il realismo assoluto, e sarebbe un errore chiederlo. Heart Eyes lavora dentro un mondo leggermente aumentato, dove Seattle assume la funzione di labirinto urbano e il killer porta con sé una iconografia immediatamente vendibile: maschera, occhi a cuore, silhouette riconoscibile, ritualità omicida. Il

Set-piece, ritmo e costruzione della paura

Il film dà il meglio quando orchestra le sequenze d’attacco come piccoli incidenti di tono. Si ride, poi l’inquadratura si stringe; una battuta resta sospesa, poi entra un suono secco; l’oggetto innocuo del momento precedente diventa strumento di panico. Non tutto ha la stessa precisione, e alcune transizioni tradiscono la volontà di tenere insieme troppi registri, ma le scene più riuscite possiedono una qualità fisica apprezzabile. Heart Eyes non è uno slasher astratto: ama le superfici, i materiali, i vetri, il metallo, il nastro adesivo, il mazzo di fiori rovinato sul pavimento.

La componente sanguinosa non viene nascosta, ma neppure trasformata in pura gara di eccessi. Ruben sembra interessato soprattutto alla coreografia del pericolo: come far muovere due personaggi che non sono una coppia, ma devono comportarsi come una coppia per non morire; come trasformare la città romantica in una serie di stanze ostili; come usare l’attesa del bacio, tipica della commedia, come attesa dell’agguato. In questo senso il film è più intelligente della sua premessa da pitch: capisce che romantic comedy e slasher condividono una struttura di appuntamenti mancati, ingressi improvvisi, porte sbagliate e corpi costretti a rivelarsi sotto pressione.

Tavolo di prove illuminato da luce fredda con occhiali a cuore spezzati e nastro rossoQuando il romanticismo diventa repertorio di prove, ogni oggetto tenero può assumere il peso sinistro di un indizio.

Olivia Holt, Mason Gooding e il problema della chimica

Olivia Holt e Mason Gooding sostengono il film con una chimica più funzionale che travolgente, ma coerente con l’impostazione. I loro personaggi non devono apparire destinati da subito; devono prima sembrare due persone intrappolate in una campagna pubblicitaria sbagliata, costrette a fingere una sintonia che la notte, lentamente, rende meno artificiale. Holt lavora bene sulla frustrazione, sul bisogno di controllo, sullo scarto tra immagine professionale e paura reale. Gooding porta invece una leggerezza utile, una disponibilità da protagonista romantico che lo slasher mette continuamente alla prova.

Il cast di contorno offre al film un sapore più pop, con Michaela Watkins e Devon Sawa capaci di spostare il tono senza romperlo del tutto, mentre Jordana Brewster aggiunge una presenza riconoscibile a un universo che vuole dialogare con la memoria del genere. Non tutti i personaggi secondari hanno profondità; alcuni sono funzioni narrative, pedine spostate per arrivare al prossimo inseguimento o alla prossima rivelazione. Ma in uno slasher costruito come corsa notturna, la misura non è sempre psicologica. Conta la capacità di lasciare una traccia: un’espressione, un gesto nervoso, una frase che suona troppo leggera pochi secondi prima del disastro.

Suono, musica e identità del killer

Le musiche di Jay Wadley accompagnano questa doppia natura con un equilibrio interessante. La partitura non schiaccia il film in un romanticismo zuccheroso né lo riduce a pulsazione horror continua; preferisce modulare l’ironia, la tensione e l’energia da thriller urbano. Nei momenti migliori il suono lavora come una vetrina che si incrina: sotto il fruscio della festa, sotto il rumore della città e delle conversazioni, si sente la pressione di qualcosa che conosce il rituale e lo usa contro le vittime. Il killer non interrompe San Valentino; lo interpreta alla lettera, fino alla mostruosità.

Proprio l’identità iconica di Heart Eyes è il punto più delicato. La maschera con gli occhi a cuore è forte, immediata, facile da ricordare, ma rischia di diventare più potente della storia che la contiene. Il film tenta di darle peso attraverso la serialità degli omicidi e la dimensione mediatica della paura: una città sa che l’assassino torna, le coppie sanno di essere esposte, eppure la liturgia commerciale continua. È qui che Heart Eyes trova la sua vena più cattiva. Non deride l’amore; deride la sua obbligatoria messa in scena, il bisogno di essere visti come coppia felice anche quando ogni strada sembra un corridoio verso la mattanza.

Lettura critica: romanticismo, rito e combustione sociale

Il legame con il grande incendio di Roma resta simbolico, ma fertile. Di quel 64 d.C. ci arrivano fatti, testimonianze e propaganda intrecciati: un incendio reale, fonti antiche come Tacito, accuse politiche, leggende resistenti come quella di Nerone musicista davanti alla rovina. Anche Heart Eyes ragiona su ciò che una comunità decide di guardare mentre qualcosa brucia. Nella sua città di San Valentino, il fuoco non è nelle case ma nelle immagini: manifesti, luci rosse, pacchetti regalo, notifiche, appuntamenti prenotati. Tutto invita alla celebrazione, e proprio quella celebrazione rende più visibile la violenza.

Non è un film perfetto. A tratti la spiegazione dell’intreccio pesa più della tensione; qualche battuta sembra arrivare un secondo dopo il momento giusto; alcune svolte cercano la sorpresa con una meccanica un po’ troppo esposta. Ma l’insieme resta più vivo di molti slasher nostalgici, perché non si limita a citare il passato. Prende una festa codificata, la sporca, la attraversa con una coppia potenziale e la costringe a chiedersi se il sentimento possa nascere dentro una situazione costruita per falsificarlo. Quando funziona, il film ha il passo di una notte in cui ogni insegna accesa promette riparo e invece segnala una posizione al predatore.

Verdetto: sangue, cuore e un’icona da rifinire

Heart Eyes è una recensione positiva con riserve: uno slasher romantico energico, divertito e abbastanza crudele da non ridursi a semplice gimmick. Josh Ruben dirige con buon senso del ritmo, Olivia Holt e Mason Gooding tengono insieme commedia e panico, Jay Wadley sostiene la doppia temperatura emotiva, e l’icona del killer ha la forza grafica necessaria per restare impressa. Non tutto brucia con la stessa intensità, ma le parti migliori lasciano cenere: un paio di occhiali spezzati, una strada lavata dalla pioggia, un tavolo per due trasformato in scena del crimine.

Il voto ideale è quello di un film da vedere se si ama lo slasher contemporaneo quando accetta di giocare con altri generi senza annacquarsi. Heart Eyes non reinventa la lama, ma la infila con intelligenza nel cuore artificiale della festa più sentimentale dell’anno. Come la leggenda di Nerone davanti a Roma in fiamme, anche qui l’immagine più forte è forse meno realistica che culturale: una maschera che guarda l’amore come spettacolo pubblico e decide di trasformarlo in bersaglio. È un’idea semplice, quasi brutale, ma abbastanza precisa da far male.

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Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.