Recensione Horror

Videodrome: recensione dello schermo che riscrive la carne

Un classico di David Cronenberg in cui lo schermo diventa carne, la televisione diventa contagio e l’orrore passa attraverso il desiderio di guardare troppo.

Pubblicato 4 Luglio 2026 16:40 6 minuti di lettura
Videodrome: recensione dello schermo che riscrive la carne
RegiaDavid Cronenberg
Anno1983
Durata89 minuti
MusicaHoward Shore

La prima immagine davvero inquietante di Videodrome non è una ferita, né un mostro, né una stanza proibita: è uno schermo acceso quando dovrebbe restare spento. Nel film di David Cronenberg la televisione non entra in casa come arredamento, ma come presenza che aspetta il momento giusto per diventare carne. A più di quarant’anni dall’uscita, questo dettaglio continua a funzionare perché non appartiene soltanto al 1983. Cambiano i dispositivi, cambiano i cavi, cambia la definizione dell’immagine; resta identica la paura che un segnale visto troppo a lungo possa cominciare a guardarci indietro.

Il punto di partenza è semplice e quasi squallido. Max Renn dirige una piccola emittente televisiva affamata di materiali estremi, sempre in cerca di qualcosa che possa trattenere il pubblico un minuto in più. Quando intercetta un programma clandestino fatto di torture, muri umidi e corpi esposti come oggetti, crede di aver trovato il prodotto perfetto. Cronenberg, però, non costruisce un moralismo facile contro lo spettatore curioso. Gli interessa una domanda più fredda: che cosa succede quando l’immagine smette di essere una finestra e diventa un organo?

Regia e contesto: il 1983 visto dal bordo dello schermo

Girato e distribuito nel 1983, Videodrome appartiene a un momento in cui videocassette, canali privati e programmazioni notturne stavano modificando il rapporto domestico con l’orrore. Cronenberg non filma quella trasformazione come semplice nostalgia tecnologica. La televisione del film è pesante, fisica, quasi sporca: occupa spazio, scalda l’aria, produce riflessi sul volto di chi guarda. Proprio per questo l’opera non invecchia come una previsione sbagliata. Funziona ancora perché non parla del mezzo televisivo in senso stretto, ma della dipendenza dal flusso, della fame di immagini e della perdita progressiva di distanza critica.

La regia procede con un controllo quasi clinico. Le scene più disturbanti non arrivano come esplosioni improvvise, ma come alterazioni graduali della normalità: un respiro che sembra uscire dall’apparecchio, una superficie che si gonfia, una videocassetta che assume un peso impossibile. Cronenberg lascia che l’assurdo entri nell’inquadratura senza sottolinearlo troppo. Il risultato è un orrore che non chiede di essere creduto in modo realistico; chiede piuttosto di essere riconosciuto come estensione di un gesto quotidiano, quello di sedersi davanti a uno schermo e lasciarsi assorbire.

La messa in scena della carne elettronica

La forza visiva del film sta nella sua capacità di rendere organico ciò che dovrebbe restare meccanico. Televisori, cassette, antenne e armi non sono semplici oggetti di scena: sembrano parti provvisorie di un corpo più grande, un sistema nervoso che usa la tecnologia come pelle sostitutiva. Gli effetti pratici hanno ancora oggi un impatto notevole perché possiedono peso, consistenza, resistenza. Non sono immagini levigate che scorrono via; sono materia che sembra appiccicarsi allo sguardo.

Questa concretezza rende Videodrome diverso da molti horror fondati sull’allucinazione. Qui il dubbio non riguarda soltanto ciò che Max vede, ma il modo in cui il mondo intorno a lui si riorganizza per dargli ragione. La paranoia non rimane nella testa del protagonista: passa attraverso le pareti, gli schermi, i corpi. Ogni nuova visione sembra insieme una malattia e una rivelazione. È una scelta decisiva, perché impedisce al film di diventare un enigma da risolvere. L’esperienza conta più della spiegazione.

Una stanza di controllo analogica illuminata da monitor freddi, eco visiva dell'incubo di VideodromeNel cuore dell’incubo, il segnale sembra continuare anche quando nessuno lo trasmette più.

Suono e musica: Howard Shore sotto la pelle

Le musiche di Howard Shore lavorano in profondità, evitando l’effetto dimostrativo. Non accompagnano l’orrore come un cartello luminoso, ma lo fanno fermentare sotto le scene. Ci sono pulsazioni, tensioni trattenute, linee sonore che sembrano provenire da una stanza vicina o da un apparecchio lasciato acceso. La colonna musicale dialoga con il ronzio tecnologico del film e contribuisce a confondere ciò che è ambiente, ciò che è percezione e ciò che è minaccia.

È un lavoro essenziale per la tenuta dell’atmosfera. Videodrome non ha bisogno di correre: preferisce insinuarsi. Anche nei momenti più espliciti, il suono conserva una qualità ipnotica, quasi rituale. La televisione diventa altare, confessionale, laboratorio. Le voci registrate non sembrano mai del tutto morte; i rumori elettronici non sembrano mai del tutto artificiali. Shore sostiene questa ambiguità senza trasformarla in enfasi, e il film ne guadagna una sensazione di febbre controllata.

Lettura critica: il corpo come ultimo telecomando

La grande intuizione di Cronenberg è trattare il consumo di immagini come un processo fisico. Max non viene semplicemente manipolato da ciò che guarda: viene riscritto. Il suo desiderio di trovare contenuti sempre più estremi non è presentato come una colpa privata, ma come parte di un mercato che misura l’attenzione in termini di scossa, trasgressione, dipendenza. In questo senso il film resta sorprendentemente contemporaneo. La frase “lunga vita alla nuova carne” suona ancora come una promessa e una condanna, soprattutto in un presente in cui l’identità passa di continuo attraverso superfici luminose.

Il riferimento kafkiano suggerito dal contesto editoriale non va forzato sul piano biografico, ma funziona come chiave di lettura culturale. Come negli incubi amministrativi in cui l’individuo si scopre intrappolato in un processo più grande di lui, anche qui Max entra in una procedura che non comprende più. Crede di scegliere, di programmare, di possedere il segnale; poi capisce troppo tardi di essere diventato lui stesso un supporto. La metamorfosi non arriva con ali, zampe o mostri riconoscibili, ma con l’obbedienza progressiva a un comando che sembra nato altrove.

Verdetto: un classico che non ha smesso di trasmettere

Videodrome dura 89 minuti, ma lascia l’impressione di un contagio più lungo. Non tutto è pensato per essere spiegato in modo lineare, e questa è una parte della sua grandezza. Il film conserva zone opache, passaggi bruschi, immagini che sembrano arrivare da una frequenza disturbata. Invece di indebolirlo, queste fratture gli permettono di restare vivo. È un cult non perché abbia previsto ogni tecnologia successiva, ma perché ha capito con precisione il desiderio umano di consegnarsi all’immagine e poi fingere di esserne soltanto spettatore.

Come recensione horror, il giudizio resta alto: Cronenberg firma un’opera disturbante, intelligente, carnale, capace di unire teoria dei media e paura viscerale senza diventare un saggio travestito da film. La regia è rigorosa, gli effetti pratici mantengono una presenza tattile, la musica di Shore lavora con discrezione velenosa. Chi cerca uno spavento rapido potrebbe trovarlo freddo; chi accetta il suo ritmo entrerà in uno degli incubi più influenti del cinema moderno. Alla fine resta l’immagine di una stanza buia, una luce azzurra sul volto e la sensazione che lo schermo non stia più mostrando qualcosa: stia aspettando una risposta.

Leggi anche

Per continuare nel territorio del corpo trasformato e dell’identità sotto pressione, puoi leggere anche la nostra recensione di MaXXXine e Il modulo che chiedeva il nome da morto.

VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.